Il no comunista al golpe europeo

Dal documento Congressuale di CSP-Partito Comunista pag.42-49

il no comunista al golpe europeo di csp partito comunista

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Le cause della crisi che sta attanagliando l’Europa sono individuabili solo attraverso una corretta analisi marxista-leninista della realtà. La crisi che stiamo vivendo e che correttamente definiamo “crisi generale del capitalismo” ha la sua vera origine nella maturazione della contraddizione fondamentale del capitalismo tra carattere sociale della produzione e appropriazione privata del prodotto e si manifesta come crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione, in conseguenza delle quali si accentua la tendenza alla caduta del saggio di profitto, già endemica del modo di produzione capitalistico. Per cercare di arrestare la flessione del saggio di profitto, il capitalismo in primo luogo intensifica lo sfruttamento della forza-lavoro e l’estrazione di plusvalore, comprimendo il salario diretto, indiretto (servizi sociali), differito (pensione e Tfr) allungando il tempo di lavoro in termini di orario e di età pensionabile. Un’altra via che il capitalismo cerca di seguire a questo scopo è la delocalizzazione della produzione in quei Paesi dove i costi di produzione, in particolare del lavoro, sono inferiori. In terzo luogo, il capitale cerca rimedio alla caduta del saggio di profitto anche spostandosi dalla produzione di beni e servizi al settore finanziario, generando effetti speculativi e accentuando il proprio carattere parassitario.
In quarto luogo, utilizza parassitariamente la spesa pubblica, finanziata dalla fiscalità sostenuta in gran parte dal lavoro dipendente, mutandone la composizione a proprio favore attraverso un insieme di provvedimenti di politica economica a sostegno delle imprese private, di settori di imprese, di aree geografiche specifiche in cui le imprese operano, di progetti speciali di “sviluppo”, di realizzazione di grandi opere, ecc.. Si va dalle agevolazioni creditizie, alla defiscalizzazione e alla decontribuzione, fino alla concessione di finanziamenti a fondo perduto. I costi connessi a queste misure determinano un incremento del deficit dello Stato e del suo indebitamento per finanziarlo. Il tutto ricade, come detto, sulle spalle dei lavoratori contribuenti.
Infine, ricorre alla guerra. Marx e Lenin hanno analizzato e descritto i periodi di crisi come caratterizzati non solo da licenziamenti e creazione di un esercito salariato di riserva, cioè di disoccupati, ma anche dalle guerre tra stati imperialisti, finalizzate sia al controllo e alla spartizione delle risorse e dei mercati, sia alla distruzione di parte della massa di capitale sovraccumulato nel tentativo di compensare la caduta del saggio di profitto.
In tutti i casi, il capitale affronta la propria crisi cercando di scaricarne il peso sui lavoratori, sia all’interno che all’esterno del proprio Paese. Nonostante questi approcci, tuttavia, il capitalismo monopolistico non riesce più a riavviare positivamente il ciclo di riproduzione e accumulazione, come aveva fatto con relativo successo in passato, poiché la contraddizione fondamentale di questo modo di produzione è giunta a maturazione e può essere risolta solo attraverso il mutamento rivoluzionario del modo di produzione stesso. Il prolungamento dell’agonia del capitalismo moribondo può verificarsi solo a prezzo di un insostenibile e inaccettabile immiserimento dei popoli.
La natura stessa della concorrenza interimperialistica determina la formazione di conglomerati imperialisti transnazionali, cioè di blocchi di stati, disomogenei quantitativamente per livello di sviluppo industriale e per grado di accumulazione, ma omogenei qualitativamente per il carattere monopolistico del capitale e della proprietà dei mezzi di produzione. L’elemento unificante che li tiene insieme è una relativa comunanza di interessi delle classi dominanti dei paesi che ne fanno parte, comunque in competizione tra loro: la necessità di creare un mercato interno più vasto di quello strettamente nazionale, tramite forme di unione doganale, monetaria e bancaria; l’esigenza di acquisire maggior peso nell’ambito della generale concorrenza interimperialistica per il controllo delle risorse, dei mercati e delle vie di comunicazione; la volontà di attuare a livello di ciascun paese forme di sfruttamento del lavoro più pesanti, mascherandole come misure “oggettivamente necessarie” o “imposte” da un’insindacabile volontà esterna e superiore; l’intenzione di comporre il conflitto tra gli “appetiti” delle diverse borghesie nazionali in modo incruento, senza ricorrere all’uso delle armi, come accadeva nel passato.
L’Unione Europea è, appunto, uno di questi conglomerati imperialisti, per il quale valgono tutte le considerazioni esposte sopra. Gli Stati imperialisti europei che ne fanno parte, spesso in aspra competizione anche tra loro, cercano di far pagare il costo della crisi e della concorrenza mondiale con gli USA e i BRICS innanzitutto ai propri lavoratori e ai popoli dei paesi terzi, ma si cannibalizzano anche fra di loro, approfittando delle debolezze politiche ed economiche del vicino. Dall’introduzione della moneta unica, le politiche economiche che l’Unione Europea, cioè il capitale monopolistico industriale e finanziario europeo, impone ai popoli dei paesi aderenti ruotano sostanzialmente sui seguenti cardini:
– rigore di bilancio, abbattimento del rapporto deficit/PIL e rientro del debito
pubblico;
– contenimento dell’inflazione;
– fiducia nella presunta capacità di autoregolazione del mercato.

Alla base di queste politiche vi è il tentativo di mantenere una relativa stabilità dell’euro, rendendolo capace di guadagnare la fiducia dei mercati e di strappare al dollaro il ruolo di mezzo universale dei pagamenti internazionali, in una visione monetarista in cui il denaro viene considerato il regolatore supremo dell’economia. Gli interventi di immissione o ritiro di moneta circolante da parte delle banche centrali, secondo i monetaristi, consentirebbero di influenzare e regolare, almeno sul lungo periodo, tutte le altre variabili, produzione e domanda di beni e servizi, importazioni ed esportazioni, livello occupazionale, ecc.., determinandone la tendenza al raggiungimento di posizioni di equilibrio sistemico. I marxisti sanno bene che il primo mobile di qualsiasi economia è la produzione. Se non vi fosse produzione di merci, non vi sarebbe scambio e, quindi, non vi sarebbe esigenza del denaro come equivalente generale di scambio delle merci. La quantità d’equilibrio di moneta circolante è quindi funzione della quantità di merci prodotte, non viceversa, tant’è vero che le crisi di sovrapproduzione, quando l’offerta di beni supera la domanda, generalmente rischiano di innescare pericolosi fenomeni deflattivi, cioè di
deprezzamento delle merci rispetto al denaro. Lo squilibrio è determinato non dalla carente offerta di moneta, ma dall’eccessiva offerta di merci. Pertanto, in condizioni di mercato capitalistico, qualsiasi intervento delle autorità monetarie teso ad aumentare
la massa di moneta circolante non è in grado di ripristinare l’equilibrio, in quanto non agisce sulla produzione. L’equilibrio può essere raggiunto solo al di fuori del modo di produzione capitalistico, del profitto e del mercato che lo caratterizzano, da un’economia socialista centralmente pianificata.
Se analizziamo i cardini delle politiche economiche dell’UE, non possiamo non rilevarne il segno di classe che le marca. Per come l’euro, i requisiti per far parte dell’Eurozona e i vincoli di stabilità valutaria sono stati concepiti dai Trattati di Maastricht, la sua stessa introduzione ha determinato un consistente trasferimento di quote di reddito nazionale dal lavoro al capitale. Questo fenomeno ha interessato tutti i paesi aderenti, anche se in misura differente per via delle diverse parità delle valute nazionali con l’euro, provocando una relativa omogeneizzazione verso l’alto dei prezzi in tutta la zona interessata. In Italia l’adozione dell’euro è stata particolarmente pesante per i lavoratori. Mentre i prezzi venivano convertiti con un rapporto di 1:1, salari, stipendi e pensioni subivano l’adeguamento al tasso di cambio 1:1937,26: ad un raddoppio dei prezzi ha corrisposto un dimezzamento delle retribuzioni! La rapina, evidente fin dall’inizio, tuttavia, non si è fermata a questo.
Le politiche di riduzione del rapporto deficit/PIL e di rientro dal debito pubblico, imposte dall’UE, agiscono principalmente sulla spesa pubblica e sulla fiscalità. In fase di recessione economica, quando il PIL decresce, l’unica via per ridurre il rapporto deficit/PIL, non essendo possibile agire sul denominatore, rimane l’abbattimento del deficit, cioè la riduzione della spesa e l’aumento delle entrate. La riduzione della spesa pubblica si traduce, di fatto, in tagli drastici al finanziamento di servizi essenziali, quali istruzione, sanità, trasporto pubblico, ricerca scientifica, infrastrutture necessarie allo sviluppo, assistenza e previdenza, mentre non vengono minimamente toccate le voci di spesa riguardanti i trasferimenti, a vario titolo, dallo Stato alle grandi imprese e alle banche private, o le missioni di guerra, o l’acquisto di nuove armi, o le grandi opere inutili. Le defiscalizzazioni e le decontribuzioni, tra l’altro, avvantaggiano le grandi imprese, ma contribuiscono a peggiorare i conti pubblici sul lato delle entrate, il cui aumento è ormai affidato a dismissioni e privatizzazioni del patrimonio pubblico del popolo e ad un insostenibile aumento della pressione fiscale, che sta strangolando lavoratori e ceto medio produttivo. Si tratta di misure che deprimono ulteriormente la domanda, amplificando gli effetti della crisi, ma consentono la sopravvivenza, parassitaria e assistita, dei monopoli e delle banche private, scaricando il fardello del loro mantenimento sulle spalle dei lavoratori e dei popoli, costretti a pagare un debito di cui non sono minimamente responsabili.
Con l’introduzione dell’euro, il debito pubblico è diventato il vero e proprio cappio al collo del popolo, determinato dall’uso di classe della leva fiscale e della spesa pubblica per sostenere il tasso di profitto del capitale monopolistico, industriale e finanziario. In Italia, il debito ha raggiunto quota 132% sul PIL. Strutturalmente, è composto per l’83% da titoli del debito pubblico, detenuti per l’87% da banche d’affari, fondi d’investimento, compagnie d’assicurazione, grandi imprese capitalistiche e, per il 52,4%, è posseduto da grandi investitori privati e fondi sovrani esteri. E’ evidente che il piccolo risparmio diffuso costituisce la minima parte, marginale e ininfluente, dei detentori di titoli del debito pubblico. Inoltre, stante il vigente meccanismo delle aste per il collocamento dei titoli del debito pubblico, è altrettanto evidente che l’accesso all’acquisto da parte dei piccoli risparmiatori può avvenire solo attraverso l’intermediazione di banche e brokers finanziari, che ovviamente lucrano sull’operazione. Queste considerazioni ci aiutano a capire la portata dell’operazione attuata facendo leva sul terrorismo mediatico scatenato sulla questione dello “spread”, cioè del differenziale tra il tasso di rendimento dei titoli pubblici nazionali in rapporto al bund, il titolo pubblico tedesco. Il mercato mobiliare è controllato e dominato da grandi gruppi concentrati di capitale finanziario, in grado di influenzarne l’andamento, mentre il piccolo risparmio è del tutto ininfluente e subisce soltanto le tendenze imposte da questi. Mentre il risparmiatore acquista il titolo in base al rendimento nominale della somma investita e si orienta su un arco temporale di breve periodo, il grande investitore punta a lucrare sulle differenze certe tra prezzi d’acquisto e valori nominali dei titoli e su quelle, aleatorie ma maggiori, tra prezzi d’acquisto e aspettative di prezzi di vendita futuri, realizzabili probabilisticamente su un arco temporale più lungo. Data l’inversa proporzionalità, a parità di valore nominale, tra prezzo e rendimento dei titoli, è solo questa aspettativa di lucro a spingere al rialzo i tassi di interesse sul debito e, quindi, ad aumentare lo spread. Considerando il carattere transnazionale del capitale finanziario e l’enorme massa di denaro di cui dispone, non è difficile comprendere come riesca a spostare l’attacco speculativo da un paese all’altro, da un titolo sovrano all’altro. Che le oscillazioni dello spread non siano motivate da considerazioni diverse dalla massimizzazione del profitto, quali la “fiducia nella solidità dell’economia” del dato paese e altre fandonie simili, lo dimostrano i fatti. Il calo immediato dello spread nei casi in cui i ministeri economici di un paese annunciano una nuova ondata di dismissioni e privatizzazioni è dovuto alla creazione di occasioni alternative d’investimento, convenienti e appetibili per il capitale in cerca di impiego, che quindi si sposta dal mobiliare ad altri settori d’impiego. La “fiducia” non c’entra nulla. C’entra solo l’opportunità di saccheggiare il
patrimonio reale di un paese.
D’altro lato, l’operazione sullo spread ha coinciso con la concessione di prestiti da parte della BCE al sistema bancario privato al tasso agevolato dell’1%, fornendogli i mezzi per acquistare titoli del debito pubblico, lucrando la differenza tra il tasso passivo del prestito e i tassi nominali dei titoli di alcuni paesi, tra cui l’Italia, schizzati verso l’alto per la pressione speculativa di quegli stessi intermediari finanziari, con la complicità delle colluse agenzie internazionali di rating. Le banche private si sono arricchite ancora di più grazie all’intervento della BCE e il conto continua ad essere pagato dai lavoratori attraverso il prelievo fiscale con cui ciascun paese finanzia la BCE. La maggior parte dei debiti sovrani, compreso quello tedesco, è detenuta dalle banche private. L’eventuale insolvenza di uno Stato comprometterebbe i sistemi bancari e creditizi degli altri Stati, impossibilitati a far fronte alla crisi di liquidità con l’emissione di moneta, non consentita dalla BCE, facendo così sprofondare nella recessione i rispettivi sistemi produttivi. Per questa ragione, scegliendo di non finanziare gli stati, l’Unione Europea e la BCE hanno regalato alle banche private, negli ultimi quattro anni, 4.500 miliardi di euro, l’equivalente della somma del debito di Portogallo, Spagna, Italia e Grecia, per ricapitalizzarle a spese dei popoli europei, senza alcuna garanzia in termini di effettivo risanamento degli assets in portafoglio, di trasparenza e veridicità dei bilanci e di reale abbandono delle azzardate pratiche speculative che avevano determinato il disastro, né, tantomeno, di risarcimento ai
milioni di piccoli risparmiatori, pensionati e pensionandi, fraudolentemente derubati dei loro modesti averi con la bufala dei derivati. Più recentemente, la BCE e la Commissione Europea hanno creato il MES (Meccanismo di Stabilità Europea), anche chiamato “fondo salva stati”, al fine di immettere liquidità sui mercati e prevenire eventuali bancarotte o default, ma il prezzo che dovrebbero pagare i popoli degli Stati che facessero richiesta al MES di un intervento di sostegno sarebbe enorme in termini di privatizzazioni di beni pubblici, di pezzi di territorio, di tagli ai servizi essenziali, ai salari ed alle pensioni. Inoltre, il
finanziamento pro-quota del MES è a carico della fiscalità generale degli Stati aderenti e non fa che peggiorarne la situazione debitoria e di ingiustizia distributiva. Alla depressione della domanda conducono anche le politiche attuate dalla UE per contenere l’inflazione. La stabilità dei prezzi interni dovrebbe contribuire a fare acquisire competitività al sistema in un ambiente di generalizzata concorrenza internazionale e in condizioni di impossibilità di utilizzare lo strumento della svalutazione, ma in realtà viene perseguita colpendo e comprimendo i salari e le retribuzioni dei lavoratori allo scopo di trasferire maggiori quote di reddito dal lavoro al capitale. Una svalutazione competitiva dell’euro non viene neppure presa in considerazione perché contraria agli interessi della lobby finanziaria, politicamente predominante all’interno della borghesia monopolistica europea.
Il martellante battage messo in atto dall’apparato di propaganda di Bruxelles, le “raccomandazioni” della BCE a firma Mario Draghi, ogni esternazione degli euronotabili, le insistenti richieste dei rappresentanti del grande capitale, concorrono a imporre la riduzione del costo del lavoro, nelle sue componenti salariale e fiscalecontributiva, quale unica via percorribile per controllare l’inflazione e aumentare la competitività, come se il costo del lavoro fosse l’unica componente determinante nella formazione dei prezzi e come se il prezzo fosse l’unica variabile che influisce sulla competitività. Questa non si basa esclusivamente sul dato quantitativo, ma anche e molto più efficacemente su quello qualitativo, a determinare il quale concorrono fattori come il grado di infrastrutturazione, il livello della ricerca scientifica, l’introduzione di innovazioni di prodotto e di processo, l’organizzazione del lavoro e delle risorse umane, la rete di distribuzione, l’assistenza al cliente, la capacità di credito, ecc.. Il potenziamento di questi fattori a scopo competitivo è impedito in parte dalle stesse politiche di rigore di bilancio, imposte dall’UE, ma, dall’altra parte, da un grande capitale, monopolistico e cartellizzato, che concepisce la concorrenza
internazionale solo come guerra dei prezzi, restio a destinare risorse, soprattutto in fase di sovrapproduzione, all’innovazione e alla ricerca. Ricondurre il problema della competitività al solo costo del lavoro, quindi, è un approccio riduttivo e in mala fede.
Certo, il costo del lavoro influisce sul livello dei prezzi, ma anche il profitto, nelle condizioni del mercato capitalistico, contribuisce a determinarlo. Mentre i lacchè del capitale si affannano a presentare la compressione dei salari e degli oneri sociali, quindi delle pensioni future, come unica via per la “ripresa”, nessuno osa mettere in discussione il profitto, diventato oggi una vera e propria “variabile indipendente”, intangibile e indiscutibile, neppure i sindacati, privi ormai di un orientamento di classe, imprigionati tra il corporativismo di categoria e la concertazione al ribasso.
La crisi ha rivelato l’inconsistenza dell’illusione circa la capacità di autoregolazione del mercato. Il mercato che l’UE ha idealizzato a fini propagandistici, dove merci e capitali circolerebbero liberamente, mossi dal meccanismo benefico di una libera concorrenza puntiforme, esiste solo nelle elucubrazioni degli economisti borghesi. Il mercato europeo è in realtà dominato da pochi gruppi monopolistici, altamente concentrati e cartellizzati tra loro, che impongono i propri interessi e la propria volontà, oltre che le proprie merci, ai popoli d’Europa; nessuna “libera concorrenza”, quindi. L’illusione è tale per il pubblico, non per gli attori. Alla deregolamentazione proclamata a parole fa riscontro nella realtà un’estrema e dettagliata regolamentazione dei sistemi economici nazionali e dei rapporti tra questi.Dal contingentamento delle produzioni attraverso la fissazione centralizzata di quote, ai criteri di stabilità finanziaria, fino all’inserimento nelle costituzioni dell’obbligo di
pareggio del bilancio dello Stato, qualsiasi aspetto della vita economica è dettagliatamente disciplinato dalle fonti normative dell’UE, originanti principalmente da organismi non elettivi, quali la BCE, la Commissione Europea, l’Ecofin, ecc., che riflettono e attuano la volontà del capitale monopolistico transnazionale.
I Comunisti non possono che combattere con la massima fermezza l’Unione Europea per questo suo carattere di braccio politico-amministrativo delle borghesie europee, ma devono farlo con un’estrema chiarezza di impostazione teorica e pratica della lotta.
Occorre che sia ben chiaro che, in questo gioco al massacro dei lavoratori, non esiste una borghesia nazionale più o meno colpevole delle altre. La borghesia di ciascun paese aderente all’UE è ugualmente responsabile delle politiche di rapina ai danni del lavoro, anche se partecipa alla spartizione delle spoglie in proporzione al suo peso specifico e alla sua posizione nella piramide imperialista. In qualsiasi banda di rapinatori, gli accoliti hanno diverse categorie di peso. Dobbiamo quindi sgombrare il campo da qualsiasi tentazione di condurre una battaglia, ad esempio, antitedesca, dove la Merkel fa la parte del cattivo e i vari Marchionne, Colaninno, De Benedetti, Squinzi, Marcegaglia, rappresentati dai vari Berlusconi, Monti e Letta, fanno la parte dei buoni e vengono assolti. Il grande capitale italiano è perfettamente inserito in queste logiche di competizione e di redistribuzione della ricchezza e riesce a trarne notevoli profitti, mentre il proletariato ed i ceti popolari italiani subiscono una doppia oppressione ed un doppio sfruttamento, quello da parte della propria borghesia nazionale e quello attuato dalle borghesie dei paesi collocati più in alto nella piramide dell’imperialismo europeo.
Bisogna abbandonare un uso improprio e fuorviante di termini come “colonialismo” e “sovranità nazionale”, applicati alle vicende interne dell’Unione Europea. Non dobbiamo dimenticare che proprio “questa” Europa è stata voluta dalle classi dominanti di ciascun paese aderente. Quando era ancora possibile rifiutare l’inserimento in costituzione del pareggio del bilancio, è stata la nomenclatura politica, espressione della borghesia nazionale, ad approvarlo con maggioranza quasi assoluta. Parlare di un presunto disegno coloniale significa negare ogni responsabilità della borghesia nazionale. Allo stesso modo, affermare che “occorre ripristinare la sovranità nazionale”, significa non rendersi conto che la borghesia non l’ha mai persa, ma ha deciso sovranamente, in quanto detentrice del potere, non di “rinunciare a quote di sovranità”, bensì di centralizzare alcune funzioni, concentrandole nell’UE; se non si capisce questo, si finisce per accettare per buono l’alibi che la borghesia stessa propone. Peggio ancora se si parla di “sovranità popolare”: non si può ripristinare ciò che non è mai esistito.

L’irriducibile opposizione dei Comunisti all’Unione Europea e alla NATO, che sempre più si caratterizza come il suo braccio militare, assieme ad una strenua difesa degli interessi immediati della classe operaia e degli strati popolari produttivi, deve porsi in modo realistico gli obiettivi dell’uscita da entrambi questi organismi imperialisti e dal sistema dell’euro, del loro smantellamento e dell’azzeramento unilaterale del debito pubblico, della nazionalizzazione di banche e monopoli. La constatazione dell’irriformabilità del capitalismo in generale, quindi anche di quello europeo, segna il punto di rottura irrevocabile tra i Comunisti e gli opportunisti del Partito della Sinistra Europea. Non si può pensare che sia possibile ristabilire semplicemente lo status quo precedente, che la borghesia stessa ha scelto di abbandonare, né che vi siano ancora spazi per un riformismo che non ha più mezzi materiali per attutire il conflitto di classe. L’unica via percorribile per cambiare l’Europa ed evitare povertà di massa e barbarie è il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e l’instaurazione del potere proletario.
Questo obiettivo non può che essere perseguito attraverso uno stretto coordinamento, politico e operativo, dei Partiti Comunisti e Operai dell’area, che ne rafforzi l’unità ideologica e politica con un intenso lavoro di analisi delle problematiche europee, di studio e di elaborazione di adeguate tattiche e forme di lotta praticabili nelle date condizioni, che sfocino in incisive azioni comuni e congiunte delle avanguardie proletarie di ogni paese.

Il no comunista al golpe europeoultima modifica: 2013-11-22T11:07:36+00:00da dalai87

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