Stalin: la chiave del secolo, di Aldo Bernardini

“La chiave del secolo”. Così si è espresso, in modo sorprendente e inaspettato, Pintor sul “Manifesto”, organo dell’antistalinismo militante: ma nel momento in cui si accavallavano le denegazioni e i rinnegamenti, come quello dell’ineffabile Veltroni circa il suo mai essere stato comunista, all’onesto Pintor si deve essere rivoltato lo stomaco ed egli ha gettato sul piatto una verità che si è voluta cancellare. L’articolo di Pintor è stato come una stella cadente che nessuno ha ripreso, nemmeno per contestarlo, forse perchè incontestabile, ma al tempo stesso imbarazzante: vi si ricorda con elevate parole che nel periodo tempestoso della seconda guerra mondiale, e prima e dopo, fu forse Stalin l’unico ad avere le idee chiare, al punto da suggerire a Pintor, con la parafrasi dei versi manzoniani del “5 maggio” su Napoleone, che Dio impresse sul dirigente sovietico in quel momento storico la più forte orma di sé.

La riappropriazione della nostra storia

La ripresa del cammino dei comunisti sino alla ricostruzione di un autentico partito comunista passa inevitabilmente per la riappropriazione della propria storia e per l’analisi rigorosa e senza pregiudizi, se non quelli che ci vengono dai fatti (che notoriamente hanno la testa dura, mi pare dicesse Lenin), di quanto è avvenuto nel secolo che è ancora in corso e che termina a fine 2000. In breve, anzi brevissimo, svolgeremo alcune considerazioni, chiedendo perdono per dimenticanze ed omissioni e magari per la non eccessiva presa in considerazione di tutti gli elementi critici, che costituiscono oggetto di esercizio continuo da parte dei nemici ed in particolare dei revisionisti.

A partire dall’ottobre del 1917 e per decenni abbiamo assistito al rovesciamento del potere capitalistico in tanta parte del mondo, all’edificazione, o all’inizio di essa, di società basate su rapporti strutturali opposti, comunque diversi dal capitalismo privato, che hanno costituito la base per altre rivoluzioni e, negli stessi paesi dell’imperialismo, per un freno e un limite del potere capitalistico verso l’esterno e, all’interno, nei confronti dei lavoratori. Ciò rappresenta un fatto gigantesco nella storia dell’umanità che nessuna miseria revisionistica, nessun opportunismo di partiti istituzionali che si nominano comunisti, nessuna distorsione o addirittura cancellazione della storia possono neppure scalfire. Il miserevole tentativo, tra l’altro di livello basso, anzi penoso, del giornale di RC “Liberazione” nel suo supplemento su “Chi ha ucciso la rivoluzione?”, che ha incontrato la protesta e il rigetto di tanti compagni di RC stessa, ci porta al centro del problema.

E questo centro ha un nome preciso: Josip Vissarionovic Stalin, l’uomo d’acciaio’ il dirigente della vittoria del socialismo, della disfatta del nazifascismo, dell’estensione rivoluzionaria di un potere politico di comunisti su almeno un terzo del pianeta, del rafforzamento della posizione dei comunisti ovunque. Veramente allora lo spettro del comunismo, non più spettro ma realtà, ha fatto tremare papi e capi del sistema capitalistico. La demonizzazione di Stalin, la damnatio memoriae sino alla sparizione delle opere, è stato il regalo più generoso offerto, dall’interno del campo socialista, alla borghesia imperialistica, che comprese subito la portata dei processi aperti dal revisionismo kruscioviano. L’allora segretario di stato agli esteri americano, John Foster Dulles, dopo il XX Congresso del PCUS si aprì alla speranza: “La campagna contro Stalin ed il relativo programma di liberalizzazione hanno provocato una reazione a catena che a lungo termine non potrà venire arrestata”. Ha avuto ragione lui, e quindi prima di lui aveva avuto ragione Stalin.

Cancellare Stalin per cancellare Lenin

Cancellato Stalin, è stata la volta di Lenin, ossequiato a parole dai revisionisti per venire stravolto, e poi picconato dai liquidatori: la controrivoluzione del 1991 in URSS se l’è presa essenzialmente con le statue di Lenin e dei suoi più vicini collaboratori. Gli opportunisti di oggi, a cominciare dalla dirigenza di RC, sono in realtà antileninisti: se rendono a fior di labbra omaggio al rivoluzionario, non solo falsificano i caratteri fondamentali della sua opera, presentandola come un modello che sarebbe stato deformato e tradito da Stalin, che ne è stato invece il realizzatore, ma sostanzialmente la svalutano: una presa di potere senza base popolare, una sorta di putsch, attuato senza sapere che farsene del potere, come si è azzardato a dire il segretario Bertinotti; una fiammata senza seguito, sbagliata in quanto non iscritta in una rivoluzione mondiale (secondo la nota tesi di Trotzky, riecheggiata oggi dallo stesso Bertinotti che propone di illuderci con una rivoluzione mondiale: una tesi che avrebbe comportato all’epoca, a fronte del fallimento delle rivoluzioni in occidente, l’abbandono dell’impresa rivoluzionaria, al quale Stalin si oppose con fermezza assoluta: “Dovremmo lasciar cadere l’Unione Sovietica nella palude di una repubblica borghese?”, disse il grande dirigente e costruttore; una tesi che oggi vuol dire la non solidarietà, il non appoggio ai punti reali di resistenza all’imperialismo). All’epoca, un’impresa neppur da tentarsi, o comunque da liquidarsi subito: di qui la proposta risibile, antistorica, idealistica del “ritorno a Marx” (e ci si scorda sempre di Engels!), per ricominciare tutto da capo. Miserabili! Forse è a quel punto più coerente chi piccona anche Marx.

In realtà, quel che si impone oggi è un “ritorno a Stalin”’ pur tenendosi presente che l’opera pratica e teorica di questo si riferisce essenzialmente alla fase di edificazione e difesa del socialismo dopo la presa del potere, per di più in un paese (all’inizio) solo e, ancora, non annoverabile fra quelli capitalistici avanzati e comunque in una condizione di accerchiamento.

E’ un ritorno indispensabile anzitutto per leggere correttamente la storia del Novecento: ce lo ha rammentato Pintor. Chi cancella Stalin crea un enorme buco nero che non permette di comprendere tutto quel che è avvenuto e di cui in parte abbiamo fatto cenno, dalla vittoria sul nazifascismo (che ha fra l’altro smentito la falsa profezia borghese e trotzkista del crollo del castello di carte e del manifestarsi di un’assenza di legami della dirigenza e del Partito sovietici con le masse popolari), alla trasformazione, incisiva, radicale, solida dei rapporti strutturali della società (in cui, secondo la previsione corretta di un integrale antistaliniano come Isaac Deutscher, è impossibile, pur in caso di controrivoluzione, restaurare “normali” rapporti capitalistici), alle rivoluzioni successive – incluse quelle, secondo una corretta valutazione dei comunisti cinesi, realizzate nei paesi dell’Europa orientale -, con la costituzione di una comunità di stati socialisti e fino alla rivoluzione cubana e oltre e alla stessa decolonizzazione, con il conseguimento di un nuovo equilibrio di forze nei confronti del campo imperialista: eventi epocali realizzati in una certa misura anche dopo Stalin, ma inequivocabilmente e indissolubilmente sulla scia della spinta propulsiva dell’Ottobre di Lenin e dell’edificazione socialista di Stalin. Rimarrebbero oscuri tanti altri problemi e fenomeni, ad alcuni dei quali si farà via via cenno.

Tutto questo è stato invece ben compreso dai grandi dirigenti che si rifiutarono di accedere al corso revisionistico di Krusciov, da Mao Tze Tung a Hoxha a Kim II Sung, i quali – anch’essi del resto ovviamente discutibili in singoli punti della loro opera – nel complesso, pur dove hanno indicato qualche elemento di critica o di dissenso, non sempre poi esatto o completamente informato, nei confronti di Stalin hanno riconosciuto in lui il carattere di “fermo rivoluzionario proletario” e di punto discriminante di ciò che è autenticamente comunista rispetto a ciò che non lo è. Lo intendono oggi dirigenti e studiosi, in occidente (cito solo il belga Ludo Martens) e ad est (in Germania il compagno Gossweiler, in Russia in un modo o nell’altro tutti i dirigenti comunisti, in modo fermo e integrale Nina Andreeva, Victor Anpilov, ma lo stesso Zuganov e altri, e persino il non comunista presidente Putin ha dovuto rendere omaggio a Stalin, in Jugoslavia Kitanovic ed altri, nella Corea popolare qualche anno fa l’attuale dirigente Kim Jong II, a Cuba Fidel Castro che in un’intervista riconobbe che dopo Gorbaciov ormai si imponeva una differente valutazione di Stalin, e in modo toccante Honecker che, dopo la caduta e poco prima di morire, nel suo ultimo libro, “Der Sturz”, riconobbe che era stata erronea la condanna di Stalin). E lo sanno le masse sovietiche, che issano a centinaia i ritratti di Stalin nelle manifestazioni comuniste e fioriscono sempre la sua tomba sotto le mura del Cremlino.

L’odio profondo della borghesia

L’odio della borghesia per Stalin ha inaugurato con lui, in modo parossistico e perdurante, il sistema indecente delle criminalizzazioni di dirigenti stranieri che ad essa si oppongono. Perché Stalin ha in realtà una colpa imperdonabile. Lenin è in qualche modo riducibile ad un’icona romantica, l’autore di una rivoluzione contro un mondo ingiusto – questo sono disposti a riconoscerlo in molti -, ingiusto ma nella sostanza immodificabile, dunque di una rivoluzione destinata a non durare, come la Comune di Parigi: e pur se egli gettò le prime fondamenta di una nuova società e vinse le prime battaglie, sulla base anche di una ineguagliabile opera teorica, è stato facile, per la sua morte prematura, fra l’altro avvenuta nel corso di quella sosta o rallentamento, tale considerata dallo stesso Lenin, sulla via del socialismo che fu la NEP, predicare che con lui la rivoluzione finì, dunque non dette nascita a nulla di nuovo e di stabile: il suo successore ne sarebbe stato il becchino ed avrebbe posto subito i germi della sconfitta, ma comunque l’avrebbe trasformata immediatamente in qualcosa di diverso (e di perverso) rispetto al progetto rivoluzionario. La sconfitta, in realtà, si è realizzata in modo definitivo dopo 70 anni e, quel che più conta, dopo decenni di vittorie e successi e trasformazioni reali. Anche se i più accorti ed onesti fra gli avversari riconoscono che pure Lenin, se fosse vissuto ancora, non avrebbe potuto nell’essenziale agire diversamente da Stalin, salvo chiudere la serranda della rivoluzione, e in realtà gettò le premesse dell’opera di questo e dove necessario non fu meno “spietato” e rigoroso – e di qui dunque la sua successiva criminalizzazione da parte di liquidatori e altri nemici -, l’odio per Stalin è più radicale ed incommensurabile, in quanto egli fu il grande, inesorabile, non pieghevole realizzatore, estensore e difensore di una durevole realtà socialista (chiamiamola come vogliamo, comunque anticapitalistica) nella carne della storia e non nel cielo delle idee.

Ecco dunque che non tanto il pur importante ripristino della verità storica esige la piena rivalutazione (scientifica, non apologetica) di Stalin, bensì la necessità di ridare senso alla vicenda del XX secolo, ad un cammino effettivo e incancellabile dei comunisti che appartiene a tutti noi, ad una considerazione che non ci privi delle radici per proporre nuovi cominciamenti secondo improbabili e non credibili processi e modelli “migliori” di quelli storicamente realizzati (altro evidentemente sarà il far tesoro delle esperienze che hanno avuto corso nel secolo) e ci ricolleghi al tempo stesso alle esperienze socialiste o anticapitalistiche che vivono ancora e alla stessa lotta dei popoli ove si è verificato il c.d. crollo, avviandoci all’intelligenza delle vere, e non idealistiche, ragioni di questo: una lotta, per quei popoli, che inevitabilmente si lega all’esperienza vissuta del socialismo reale e pertanto, a partire dalla Russia, al nome di Stalin. E solo ciò consente oggi di collocarsi nel campo dell’antimperialismo, senza le reticenze e gli opportunismi che hanno inficiato le posizioni della sinistra c.d. antagonistica (si pensi all’atteggiamento nei confronti della Jugoslavia e di Milosevic).

E’ del tutto evidente che l’opera di Stalin può essere intesa se non la valutiamo secondo gli schemi astratti, che spesso non ci si accorge quanto siano subalterni all’ideologia borghese dominante, propri degli opportunisti e dei trotzkisti, e dunque se si riconosce che venne allora aperto un percorso drammatico in un contesto di vera e propria guerra generale interna ed esterna (costante: non solo quella militare scatenata nel 1941).

“Errori ed orrori?”

Non si tratta di negare i gravissimi costi che questa situazione, anche in termini umani, dolorosamente impose: pur se sono benemeriti gli studi che si vanno facendo per ridimensionare in termini quantitativi tali costi, gonfiati a dismisura dai vari “libri neri”, non è la conta dei morti che può dare una risposta appagante: che va cercata invece nello spregiudicato esame dell’immane massacro umano e sociale perpetrato da sempre e ancor oggi dal capitalismo al fine di tener sottomessa la maggior parte dell’umanità alle proprie esigenze di profitto, laddove i mali rimproverati a Stalin e al suo gruppo furono nel complesso misure aspre che portarono al risveglio e all’inizio dell’emancipazione di masse immense non solo in Russia, ma in tutto il mondo. Si trattò di una navigazione a vista, senza esempi precedenti, e sterile è la caccia agli “errori” (quali i parametri e i paradigmi?) e agli “orrori” (si pensi piuttosto a quelli del capitalismo, senza cadere nell’infantilismo per cui, predicandosi il socialismo come superiore al capitalismo, esso dovrebbe presentarsi ed agire in forme angelicate ed offrendo l’altra guancia). Ciò è ovviamente cosa diversa da una seria critica storica che rilevi eventuali eccessi, ma tenga sempre presente la foresta prima del singolo albero, e dalla considerazione per cui certi rigori complessivamente inevitabili ebbero senza dubbio successivamente un peso negativo.

Va dunque tenuto presente che l’opera di Stalin avvenne secondo le condizioni possibili in un paese, certo immenso, ma arretrato anche nella situazione culturale delle masse e sottoposto a un duro accerchiamento capitalistico.

Chiusura della NEP (che certo anche per Lenin non sarebbe stata eterna), industrializzazione accelerata e collettivizzazione delle campagne con vasto coinvolgimento di masse, inesorabile e inevitabile – come allora riconobbero anche molti avversari – operazione di ferrea unità del Partito, pur con i mezzi di un Terrore rivoluzionario in cui certo non mancarono eccessi e vittime anche innocenti (qualunque guerra ne ha), ma che impedì fra l’altro la formazione di quinte colonne nel conflitto armato internazionale che Stalin sapeva, e che effettivamente fu, imminente: tutto ciò costituì barriera insormontabile per evitare ed estirpare in radice la controrivoluzione e vincere la guerra, schiacciando il mostro nazifascista (e l’enorme abilità tattica di Stalin, pur nella fermezza dei principi e degli obiettivi finali, venne dimostrata dal Patto Molotov-Ribbentrop, che sollevò tanto scandalo fra le anime belle, ma impedì che l’Unione Sovietica si trovasse sola contro quel mostro, come le potenze imperialistiche occidentali avrebbero auspicato)

Se non vogliamo sempre, secondo la moda buonista di oggi, rendere omaggio solo agli sconfitti (alcuni dei quali grandi e generosi, e totalmente nostri, da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Gramsci, a Lumumba, a Che Guevara, allo stesso Allende) e arrivare alla conclusione che le rivoluzioni (magari mondiali…), per chi ancora ne parla, possono essere solo pacifiche ed incruente e non devono far centro sulla presa del potere e comunque dopo di questa devono presentarsi conciliatorie e misericordiose, è necessario che ci rendiamo conto come la vera rivoluzione si realizza dopo la (ineludibile) presa del potere con la trasformazione radicale dei rapporti sociali attraverso la soppressione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione (e oggi anche di comunicazione) e che tutto ciò va attuato e difeso con volontà ferrea e inesorabile. Che occorre, dunque, anche “sporcarsi le mani”. Questo è uno dei lasciti fondamentali di Stalin.

La lotta di classe nel socialismo

Prosecuzione della lotta di classe nel socialismo con passaggi rivoluzionari successivi sino al comunismo, attraverso un ferreo partito basato sul centralismo democratico nelle condizioni storiche possibili, esercizio attraverso il Partito della dittatura del proletariato sino alla fase superiore (con il massimo possibile coinvolgimento di massa: si rimprovera a Stalin, e questo va verificato, che negli ultimi anni tale coinvolgimento sarebbe stato ridotto); partito del proletariato e dei lavoratori, non “di tutto il popolo”, con forte controllo e anche repressione della burocrazia e sulle tendenze borghesi sempre risorgenti; rifiuto di una concezione tecnocratica dello sviluppo verso il comunismo, basato esclusivamente sull’espansione delle forze produttive e la loro razionalizzazione, dovendosi invece con la prosecuzione della lotta di classe moclificare i rapporti di produzione e dunque con la sottolineatura della necessità di affermare una tendenza, che non escludeva temperamenti provvisori, persino piccoli passi indietro per poi riprendere il cammino, verso la soppressione della circolazione mercantile e l’unificazione della proprietà in proprietà di tutto il popolo per arrivare alla generalizzazione della pianificazione (questi elementi vanno tenuti presenti nella valutazione delle situazioni di paesi che, data l’arretratezza di partenza e l’attuale situazione di predominio imperialistico nel mondo, introducono elementi di mercato nel socialismo, considerati necessari all’espansione delle forze produttive, ma che richiedono un fermo controllo del Partito, una battaglia ideologica costante, con la consapevolezza della sempre possibile risorgenza di forze borghesi antisocialiste e controrivoluzionarie); elevazione delle condizioni materiali e culturali dei lavoratori (mirabile è la Costituzione staliniana del 1936, che non si limita a proclamare astratti diritti, ma li sostanzia con l’indicazione delle relative basi economiche nella proprietà socialista); sul piano internazionale coesistenza pacifica nel senso dello sforzo di evitare la guerra ma sempre mirando all’avanzamento del socialismo e alla lotta contro l’imperialismo (esemplare fu la guerra di Corea) e non nel senso della competizione economica e della tendenziale conciliazione e compromesso con l’imperialismo stesso; affermazione del doppio mercato mondiale e non di un unico mercato con due sistemi; per i paesi capitalistici, svalutazione delle vie parlamentari, utilizzabili solo tatticamente: ecco alcuni caposaldi della posizione di Stalin, del gruppo dirigente attorno a lui, del Partito.

La fermezza contro l’imperialismo

Valga ancora qualche esempio. La posizione di Stalin rispetto al problema della bomba atomica, di cui egli dotò l’Unione Sovietica, anticipa quella di Mao ed è ben contraria a quella di Krusciov e di Togliatti. Non per sottovalutare il pericolo, ma per affrontarlo correttamente senza cedere al ricatto, Stalin non considerava “la bomba atomica una forza così seria quale alcuni uomini politici sono propensi a crederla. Le bombe atomiche hanno lo scopo di spaventare gli uomini dai nervi deboli, ma non possono decidere le sorti della guerra, dato che per questo le bombe atomiche sono assolutamente insufficienti. Certo il monopolio del possesso della bomba atomica crea una minaccia, ma contro questo fatto esistono per lo meno due rimedi: a) il monopolio del possesso della bomba atomica non può durare a lungo; b) l’impiego della bomba atomica può essere interdetto” (va posto in rilievo che Stalin rifiutò comunque la prospettiva di una indiscriminata corsa al riarmo, sottolineando che questa avrebbe impedito lo sviluppo economico e sociale della società sovietica, anche qui mostrando una lungimiranza che mancò ai suoi successori revisionisti). E vale la pena citare ancora il nostro grande filosofo Ludovico Geymonat che valutò la politica staliniana in quell’epoca in questi termini: “La minaccia di utilizzare la bomba atomica fu in realtà una minaccia enorme e ci volle tutta la durezza del governo sovietico per non cedere a questa minaccia… questo fu uno dei punti caratterizzanti della posizione di Stalin, che non si piegò mai di fronte alla minaccia del bombardamento atomico dell’Unione Sovietica e continuò pertanto a trattare con gli Stati Uniti da pari a pari. Questo è un carattere della politica staliniana che non può essere assolutamente dimenticato poiché in quel momento si poteva pensare che la guerra era finita con la vittoria assoluta degli Stati Uniti e quindi l’Unione Sovietica non avrebbe altro da fare che arrendersi… non ho mai avuto la tentazione di giustifcare l’atteggiamento di resa senza condizioni (da molti cortesemente suggerito all’Unione Sovietica)… per la verità questo atteggiamento non è scomparso improvvisamente proprio perchè per vincerlo fu necessario che anche l’Unione Sovietica fosse in grado di produrre armi altamente sofisticate (atomiche incluse) pari a quelle americane”. Giustamente Geymonat sottolinea l’autentico eroismo di questa posizione e dobbiamo confrontarlo con i cedimenti di Krusciov e la capitolazione di Gorbaciov, che tanto piace agli attuali opportunisti.

La fermezza di Stalin nella lotta contro l’imperialismo scaturisce non solo dalla sua irremovibile fede nel socialismo, ma dalla convinzione che la lotta mortale con l’imperialismo è tutt’altro che vinta. Anche qui Stalin anticipa Mao e si pone all’opposto dello stolto ottimismo di maniera di Krusciov, secondo il quale nel giro di uno o due decenni si sarebbe avuto il passaggio al comunismo. In diversi scritti Stalin manifesta l’idea che il socialismo può anche soccombere: per chi gli rimprovera insufficiente attenzione alle contraddizioni della società anche socialista e inadeguata applicazione della dialettica, ritengo opportuno citare una sua lettera poco nota del 12 febbraio 1938 (quindi successiva al discorso sulla Costituzione del 1936, che di quelle inadeguatezze sarebbe stato espressione), diretta a un militante di base, Ivan Ivanov, nella quale sostiene che se all’interno la vittoria sulla borghesia può considerarsi compiuta, permane la minaccia derivante dalla compresenza prevalente di Stati capitalistici, i quali creano il pericolo di un intervento e di una restaurazione, ciò che lo porta ad affermare che “la vittoria del socialismo nel nostro paese non è ancora definitiva” e che occorre “rafforzare e consolidare i legami proletari internazionali della classe operaia dell’URSS con la classe operaia dei paesi borghesi”. Stalin qui si ricollega al pensiero di Lenin ed anche al proprio “Questioni del leninismo”: “Un tentativo un po’ serio di restaurazione può aver luogo solo con il serio appoggio dal di fuori, solo con l’appoggio del capitale internazionale”. E’ ciò a cui abbiamo assistito nell’episodio della liquidazione gorbacioviana. Ma va richiamato anche quanto Stalin ammoniva nel suo ultimo scritto importante, “Problemi economici del socialismo nell’URSS” del 1952, sulla possibilità che le contraddizioni della società socialista, di per se non più antagonistiche, potessero diventare tali a seguito di scelte politiche sbagliate. Anche questo è quanto avvenuto da Krusciov sino alla liquidazione di Gorbaciov.

La questione nazionale

Un altro tratto della concezione staliniana va qui da ultimo sottolineato, come del resto risulta dalle ultime citazioni. Stalin è stato probabilmente il maggior teorico della questione nazionale e del problema dell’autodeterminazione dei popoli. E’ mia opinione che egli abbia superato la concezione un po’ astratta di Lenin – forse congrua con i compiti della rivoluzione iniziale nel quadro di una guerra interimperialistica – ponendo in forte intreccio dialettico l’internazionalismo con la difesa dei caratteri nazionali dei popoli e con la loro indipendenza. Nell’epoca della c.d. globalizzazione, cioè di una sottofase particolarmente velenosa dell’imperialismo, il suo appello al XIX Congresso del 1952 risulta quantomai attuale, quando sostiene che la bandiera dell’indipendenza nazionale e delle libertà democratiche – che io riferisco soprattutto alla sovranità popolare – è stata lasciata cadere nel fango dalla borghesia e deve essere ripresa dai comunisti. Anche qui, una concezione ben differente da quella trotzkista oggi dominante nei gruppi dirigenti anche di RC..

Il rovesciamento radicale operato dal XX Congresso

Da quanto detto finora si comprende come il XX Congresso e gli altri successivi di Krusciov abbiano rappresentato un rovesciamento radicale. Il revisionismo moderno andò al potere. Non travolse la possente costruzione di Stalin (la funzione positiva dell’Unione Sovietica, pur tra contraddizioni e divisioni ed arretramenti, sulla scena internazionale permase e lo stesso vale per la tutela dei lavoratori, pur se in graduale degrado e impoverimento ideologico), ma cessò la vigilanza rivoluzionaria, elementi borghesi e tendenze di stesso segno si riaffacciarono, vennero introdotte riforme economiche in senso opposto a quanto indicato da Stalin alla sua ultima opera. Se errata ed eccessiva è la tesi del socialimperialismo, non vi è dubbio che si affermò in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti, tranne le eccezioni antirevisionistiche per allora, un mutamento regressivo di classe.

Certo le cause della vittoria del revisionismo moderno vanno meglio esplorate, ma può dirsi che l’egemonia e la direzione furono prese dalla piccola borghesia, terreno eminente, da sempre, delle tendenze revisionistiche del marxismo-leninismo. E la radice materiale di queste va riscontrata nella circolazione mercantile, in quella piccola circolazione mercantile in cui Stalin aveva da sempre indicato il pericolo di base di una restaurazione, e nell’eccessivo, crescente peso attribuito agli incentivi materiali fuori da una lotta ideologica, nonché nelle forme di ripristino di ricerca del profitto aziendale, nei trattamenti privilegiati dei dirigenti di azienda e della burocrazia, nelle modifiche economiche di relativa liberalizzazione che in qualche modo andavano verso forme autogestionarie (precursore era stato Tito in Jugoslavia). Il tutto condito, come accennato, dall’abbassamento della guardia, dall’assenza di battaglia ideologica e culturale.

Colpisce come in quasi tutti i partiti comunisti, anche in occidente, la piccola borghesia sia assurta al ruolo dirigente. Essa era stata nel complesso il referente, soprattutto nella componente contadina, delle posizioni di destra di Bukharin (di cui sono stati rivitalizzatori Krusciov e compari e in definitiva, in modo estremo, il liquidatore Gorbaciov) e, non sorprenda, anche delle posizioni trotzkiste oggi prevalenti, come detto, anche in RC. L’odio della piccola borghesia per Stalin, il quale non ha concesso spazi alle illusioni conciliatoristiche tipiche di quella classe e ha invece avuto come proprio orizzonte sempre le esigenze dei proletari e della classe operaia, è dunque un odio parossistico, estremo. Ce lo ricordano e spiegano talune pagine molto belle di Franco Molfese.

La piccola borghesia ha dunque plaudito alla condanna, criminale e catastrofica per le conseguenze nel movimento comunista internazionale, di Stalin da parte di Krusciov; ha considerato troppo timide e parziali le infauste misure di destalinizzazione inaugurate da questo; ha reso e rende ancora omaggio al rinnegato e traditore Gorbaciov, che nel 1999 ha dichiarato apertamente all’Università americana di Ankara come il fine della propria vita fosse stato l’annientamento del comunismo. La concezione generale che viene così portata avanti è quella per cui la storia sovietica sarebbe un tutto unitario e indifferenziato, con l’attribuzione a Stalin dei fenomeni degenerativi che sono invece da ricondursi alla frattura del 1956: se taluni elementi possono essere sorti prima, la politica di Stalin li aveva tenuti sempre sotto controllo. Forse, quel che è mancato è stata la predisposizione di anticorpi per impedire la degenerazione successiva del Partito.

In realtà, è proprio la liquidazione del potere sovietico operata ignominiosamente da Gorbaciov, il quale ha omaggiato persino il papa e i capi dell’imperialismo, che ha aperto gli occhi a molti e costituito spinta formidabile per una comprensione imparziale dell’opera formidabile di Stalin, non apologetica, come detto, ma partecipe delle esigenze oggettive che lo hanno mosso e dei rigorosi principi e al tempo stesso delle necessità tattiche entro i quali egli ha agito.

O Gorbaciov o Stalin: nel mondo dell’imperialismo, sia pure in condizioni in parte nuove ma nell’essenza immutate, la scelta è fra il cedimento e l’azione rigorosa e intransigente dei comunisti, capaci di muoversi tatticamente, ma saldi nell’obiettivo rivoluzionario e nella indisponibile difesa delle conquiste del socialismo, ove realizzate.

Aldo Bernardini (membro Comitato Centrale Comunisti Sinistra Popolare)

www.aginform.org

Stalin: la chiave del secolo, di Aldo Bernardiniultima modifica: 2011-11-24T09:25:46+00:00da dalai87