Dedicato alla Gelmini, dedicato agli italiani.

MESSINA – Non sono i soli a rischiare di respirare l’amianto cancerogeno i 600 abitanti del villaggio di Fondo Fucile a Messina. Già, perché accanto alla baraccopoli del degrado dove vivono questi «clandestini italiani» studiano tutti i giorni ben 610 alunni dell’istituto «Albino Luciani» sede del 13° Istituto Comprensivo, ove comprensivo sta per scuola media (250 ragazzi) e scuola elementare e materna (il resto).

I CONTI – Seicento persone nelle baracche sommate ai seicentodieci bambini nella scuola (senza contare insegnanti e personale scolastico), fanno un totale di circa milleduecento esseri umani che frequentano un luogo che andrebbe, come recita la relazione dell’Arpa e della Ausl della città dello Stretto, immediatamente evacuato. Invece, tutti i giorni, i genitori del terzo quartiere accompagnano i loro ragazzi dentro quelle aule le cui finestre si aprono sulle ondine di eternit ormai sbriciolato.

  

 
 Sono Italiani  
ingegneria della povertà per superare uno stretto di liquami, un rigagnolo fognario a cielo aperto di scarichi e urina, che divide due blocchi di baracche. Campata unica d’assi marce, è stato tirato su da chi ha il coraggio e la necessità di campare qui dentro, in case che case non sono: eternit a far da tegola e, dentro, pareti morsicate dalle crepe e soffitti tinteggiati a muffa. Favelas del quartiere Giostra. Neanche la peggiore nella città che delle baracche ha fatto il monumento alla sua trasandatezza, i suoi cent’anni di baracchitudine: da quando, all’alba del 28 dicembre 1908, un terremoto devastante – magnitudine 7,2 della scala Richter – si portò via ogni cosa e quasi ogni casa: un bel po’ della Messina (e della Reggio Calabra) di allora e pure la vita di 80mila persone. Perché queste fatiscenze di Giostra – e quelle di Camaro o di Fondo Fucile – non compongono un villaggio tirato su l’altro giorno da qualche famiglia di rom.
una sola stanza; un cesso nascosto da una porta di cartone che nulla può contro l’odore; il lavandino di fuori, oltre un cortile di cemento dove passeggiano i topi: «Ieri sera ne ho ammazzato uno dandogli una cucchiaiata in testa». Col suo unico cucchiaio. Ha ottant’anni la signora Concetta e in quella baracca, una di quelle del 1909, finanziata con i trenta milioni di lire sstanziati dal primo ministro Giovanni Giolitti, ci ha passato tutta la vita. «Prima sono morti i genitori, poi mio fratello se n’è andato e non l’ho più visto. Lavoravo come donna delle pulizie nelle famiglie. Ero brava e veloce. E aspettavo che qualcuno mi desse finalmente una casa. Me l’hanno promessa tante volte, ma io sono sempre qui».

Parla a fatica e cammina a piedi nudi tra i topi perché le scarpe sono ancora più insopportabili per i suoi piedi gonfi. Però si assesta di continuo i capelli grigi e appiccicosi e alla fine, tra due lacrime da sfinimento e una risata esagerata, di quelle per non piangere, apre uno dei sacchetti di plastica che le fanno da armadi e mostra una foto di quando era giovane e bella. E la baracca di legno, come il futuro, non faceva ancora paura. Siamo all’Annunziata, quartiere nord con vista sullo Stretto. Appena sopra, sul limitare della vergogna, ecco i nuovi palazzoni dell’Università e poco più in basso la metropolitana di terra conosce il capolinea, giusto in faccia al nuovo museo della città dove sono esposti Caravaggio e Antonello da Messina. E quella di Concetta Albano e della sua baracca, tirata su mentre a Palermo la mafia uccideva Joe Petrosino, sembra la perfetta metafora del «terremoto infinito» – delle false promesse, degli aiuti a fondo sperduto, del provvisorio che diventa per sempre – e di una città, regione, nazione sfinite. Solo che la vita di Concetta, dentro al suo tugurio – i pasti assicurati dalle suore del convento vicino, l’emergenza sanitaria dall’assistenza sociale – non è una metafora. E nemmeno quella di Orazio Giuseppe Andronaco e degli altri invisibili delle baracche, uomini e donne dimenticati da ogni lista di assegnazione ma segnati da un’età che non è la loro: i visi che non corrispondono all’anagrafe, invecchiati prima del tempo, prosciugati da alloggiamenti insalubri e rugati dall’umidità. (corriere.it)

Dedicato alla Gelmini, dedicato agli italiani.ultima modifica: 2008-10-11T15:25:00+02:00da dalai87
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4 pensieri su “Dedicato alla Gelmini, dedicato agli italiani.

  1. Oh santo cielo. Mi sono collegata per un saluto fugace e mi ritrovo dei trattati… ihihihi.
    Scherzi a parte, piccolo mio, sono passata per un salutino di routine, sono presa da mille preparativi e cose da sbrigare prima della partenza ufficiale.
    Ti mando un bacio e ti auguro la migliore delle settimane….
    Que votre, Chèrie

  2. Non potevo evitarli, bisogna sempre parlare di questi ggiovani d’oggi…
    Angela sei scusata.
    La mia ex collega la ricordavo per prese di posizione ancora più assurde di quella qui sopra riportata, ed era già uscita dal Prc da tempo.

    Domani c’è scuola… 😉
    ‘notte Sasa!

  3. Ciao dalai, ormai abbiamo preso il tuo blog per una tribuna politica, altro che annozero! Provo a dirti la mia sul pezzo della Valent postato da teo, che mi sembra molto interessante.
    A me piace. Tanto. Avrei voluto scrivere io una cosa del genere. Perchè è un pezzo che rende moltissimo se preso alla lettera e molto poco se inteso in senso allegorico, metaforico. Chi è infatti l’uomo bianco cristiano che tira a fregare il prossimo, non combatte nessuna battaglia se non per tornaconto personale, raccoglie firme per qualsiasi causa salvo sconfessare di fatto col suo proprio modo di vivere ciò che in ogni occasione afferma di diritto? Io ci vedo l’idealtipo del piccolo borghese impegnato a mettere ordine nella sua coscienza mentre il mondo intorno a lui va in malora. Ci vedo quello che accoglie gli immigrati in nome di un benaugurante pietismo e poi li spedisce a morire nei lager perchè questa è casa nostra e non c’è spazio per tutti. Questo è il tipo d’uomo che rivendica la propria bianchezza (whiteness, dicono gli anglosassoni) come fattore determinante della propria appartenenza nazionale e di classe: è proprio questa “razza” d’uomini che seguita a raccontare favole che parlano di nazioni, di patrie, di popolo… e lo fa per costituire innanzitutto, nella forma della cittadinanza e dei privilegi che ne derivano, un fattore di superiorità sociale, umana, storica nei confronti del migrante, dello straniero, del “diverso” (ma che sia diverso lo dicono solo coloro che si ritengono, per queste stesse ragioni, uguali tra gli uguali). E ha ragione la Valent a dire che quest’italiano bianco e cristiano è “pseudobianco e pseudocristiano”. A partire da un dato di fatto (sono bianco e cristiano) quest’uomo inventa un dato di diritto (la mia bianchezza e la mia cristianità), ed è proprio contro questa costruzione politica che la Valent se la prende: non col bianco di fatto, ma col bianco di diritto. Non con l’uomo bianco, ma con la bianchezza dell’uomo. Con la funzione politica e sociale di questa bianchezza. Col culto della bianchezza come paradigma di appartenenza politica: che non è culto del “bianco” in quanto tale (poichè ci sono anche neri bianchi), ma attribuzione al bianco di diritti esclusivi legati ai privilegi derivanti dall’appartenenza allo Stato-nazione e alla classe sociale di riferimento, al possesso della cittadinanza ecc. Per me la Valent ha ragione da vendere. Non dice cose affatto nuove, ma le dice nel lessico dell’immigrato: e l’immigrato è una figura eccezionale dell’uomo che viene. L’immigrato non è bianco o nero: è uno che si scontra con la bianchezza del paese in cui approda e che si vede affibbiare una negrezza da cui cerca in ogni modo di liberarsi. E si chiede: come faccio a liberarmi del negro che sono diventato se non mando a fanculo il bianco che mi ha fatto diventare così? Il negro è un rapporto sociale, esattamente come lo è il bianco. La bianchezza è solo l’espressione politica e ideologica di questo rapporto, che è un rapporto materiale, di classe, vissuto sulla pelle dei lavoratori (sotto forma di lotte tra poveri) e i cui risultati si contano a sei zeri spulciando i profitti dei padroni, i quali, in questo modo, hanno la possibilità (e anche il diritto, una volta che lo sfruttamento sia regolamentato per legge) di disporre di una nuova versione, aggiornata ai tempi che corrono, di quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva su cui si esercitava il ricatto padronale della piena occupazione. L’immigrato fa paura al padrone perchè può costituire un serio fattore di conflittualità; ma se questa conflittualità viene deviata all’interno della classe proletaria e non all’esterno di essa, se agisce in maniera centripeta e non centrifuga, allora l’immigrato diventa un ottimo fattore di stabilizzazione del conflitto tra classi, e il gioco del capitale è fatto. D’altra parte vale la pena di chiedersi: chi è che sacralizza il suolo natio, se non chi ha tutto da guadagnare dall’esclusione dell’altro? Quale figura sociale si nasconde dietro l’omino che non muove un dito se non per tornaconto personale? Nelle sue parole la Valent fa un’analisi (non uno sfogo) di classe, analizza quella che una volta si definiva composizione di classe. Credo che sia molto facile prendere per odio razziale quello che è sano odio di classe, odio rivolto verso tutti coloro che in nome dello Stato, della nazione, del popolo e del suolo patrio (ma in realtà in nome e per conto degli interessi della propria classe a connotazione pseudobianca, pseudocristiana e via dicendo) si sentono in diritto, poichè ne hanno la forza e soltanto la forza concede loro questo diritto, di escludere il “diverso” dal regno incantato della società civile. Va sottolineato che il diverso non è soltanto l’uomo nero: è anche il bianco che si rifiuta di riconoscere la propria bianchezza come discriminante per accedere ai privilegi che gli sono concessi. La Valent cita l’assassinio dell’Aldro. L’Aldro era un ragazzo di 18 anni, bianco, ucciso di botte tre anni fa durante un controllo di polizia. Ucciso perchè non stava buono buono come deve stare il bravo omino bianco di fronte alle forze dell’ordine. Ucciso perchè ha disubbidito. Ha torto la Valent a dire che lo hanno preso per un immigrato, ma il concetto resta lo stesso. Se sei bianco e non approvi il senso della bianchezza, poco ma sicuro per te finisce male. E se sei nero finisce anche peggio. Il bianco è un concetto di classe e non razziale, esattamente come il nero. Solo che, poverini, i razzisti non possono ammetterlo o non saprebbero di che parlare, dal momento che i razzisti (i “veri” razzisti) sono i primi a non voler sentir nominare la lotta tra classi. E questo vale anche per quanti sono a volte ingiustamente accusati di razzismo e che dimostrano invece la classica fobia che emerge ogniqualvolta esplode un conflitto tra poveri o, per meglio dire, tra la classe in via di impoverimento o dissoluzione (il ceto medio nel nostro caso) e i veri poveri (proletariato e sottoproletariato, tra cui gli immigrati senza diritti, appunto). I razzisti veri sono pochissimi e non contano nulla; ma quanti, invece, danno la caccia all’immigrato (pur sottilmente, pur legalmente, pur “pietosamente”…) perchè rappresenta un elemento destabilizzante nella lotta tra classi, sono tanti a destra come a sinistra, anche se probabilmente hanno qualche remora a riconoscere la vera motivazione del loro slancio pietistico (che immediatamente dopo, per una strana alchimia, diviene ossessione securitaria), dal momento che ritengono di vivere in una società pacificata dove padrone e dipendente collaborano al bene comune, o almeno hanno tutto l’interesse a credere che sia così. La menata sul razzismo, anche quando a farla sono i rossi, serve per lo più soltanto a sviare l’attenzione dalle problematiche più interessanti: è evidente infatti che sono le contraddizioni strutturali delle società capitalistiche occidentali a provocare episodi di razzismo e non viceversa. Questo dovrebbe essere scontato, ma allora perchè si leggono queste parole della Valent come espressione di un razzismo nero verso il bianco? Queste parole esprimono odio, limpidissimo odio di classe. Ci stavo ragionando proprio ieri e adesso mi ritrovo sotto gli occhi una così forte dichiarazione di odio. Dico solo: meno male che qualcuno parla dell’odio! Non ne posso più di sentire a destra e a manca gente che invoca unità nazionali, pacificazioni, “responsabilità” e via dicendo! Solo chi ha tutto da perdere da una seria analisi della realtà, ha tutto da guadagnare dalla declamazione di un sentimento di pacificazione nazionale assolutamente astratto, incurante delle dinamiche conflittuali della società in cui viviamo e per ciò stesso impotente, inefficace, in ultima analisi funzionale al mantenimento dello status quo. L’odio invece è non soltanto necessario per mandare avanti questo mondo, ma assolutamente inevitabile visto il modo specifico in cui questo mondo è portato avanti: un modo che valorizza la ricchezza e criminalizza la povertà, che celebra la bianchezza e condanna la negrezza, che soprattutto parla di odio tra razze per evitare di parlare del tutto di conflitto tra classi. A me personalmente le parole della Valent non dicono nulla di scandaloso. Le trovo invece assolutamente corrispondenti alla realtà. La realtà presente e quella che c’è da costruire.

  4. Ciao Sasa!
    Purtroppo non cuoce niente in pentola… per ora… 🙂

    Come ha scritto Artista, “giustizia è fatta”…, ma
    speriamo non di eroina che, si sa, da subito dipendenza,
    altrimenti sarà la fine….

    un altro saluto amaro… L.

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