La mia terra. Quello che vuol dire vivere con la mafia.

Adolfo Parmaliana                          1 ottobre 2008

La mia ultima lettera

La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario.

Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.

Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli.

Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.

Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.

Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d’animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.

Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io.

Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.

Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era la mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l’università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore.
I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.

Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.

Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.

Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l’ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.

Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.

La mattina del due ottobre scorso, il professor Adolfo Parmaliana è salito sulla sua Bmw 320 e ha raggiunto un viadotto dell’autostrada Messina-Palermo. Poi è sceso dall’auto e si è gettato nel vuoto, schiantandosi dopo essere precipitato per 35 metri. Un suicidio che ha fatto molto clamore, non solo in Sicilia ma nell’Italia intera: sia per il profilo di chi lo ha messo in atto, sia per le ragioni che lo hanno causato. Parmaliana, infatti, era uno stimato docente di Chimica industriale. Ma anche un feroce accusatore di quell’intreccio affaristico-mafioso che spadroneggiava a Terme Vigliatore, paesino di sette mila abitanti senza caserma dei Carabinieri. Anche grazie alle sue denunce, il consiglio comunale è stato sciolto nel dicembre 2005. Ma il lieto fine, per Parmaliana, non è mai arrivato.
Al contrario, il suo coraggio ha riscosso l’indifferenza, il disprezzo di chi vive di disonestà. E sul fronte della magistratura, le cose non sono andate meglio. Le indagini partite dalle sue indicazioni si sono arenate, una dopo l’altra. Finché si è giunti al paradosso: una denuncia per diffamazione recapitata allo stesso Parmaliana. A quel punto, il professore si è sentito braccato. E come gesto estremo, di fronte a un potere troppo forte, si è tolto la vita. Lasciando dietro di sé, però, due tracce importanti.
La prima è un dossier, attualmente al vaglio della procura di Reggio Calabria (competente sui magistrati messinesi). La seconda è una lettera di quattro pagine, trovata sul tavolo del suo studio. Un documento di straordinaria forza e drammaticità rivolto alla pubblica opinione, ai suoi familiari, agli amici più cari. Parole scritte a penna sotto al titolo “La mia ultima lettera”, che ‘L’espresso’ pubblica in esclusiva.

Non sarà mai l’arresto di un boss a sconfiggere la mafia.

La mia terra. Quello che vuol dire vivere con la mafia.ultima modifica: 2008-11-17T10:59:00+01:00da dalai87
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12 pensieri su “La mia terra. Quello che vuol dire vivere con la mafia.

  1. Ciao Dalai e buona serata. In un mio recente post, lessi questo commento, lasciato da una blogger – “…non credo che si possa far molto ,almeno a livello individuale…” Be’, io non ne sono convinto anzi penso che sia proprio ogni nostro singolo atto a determinare il possibile “cambiamento”. Tuttavia, la storia di Parmaliana oltre che procurarmi brividi di angoscia… fa di molto vacillare le mie convinzioni.

  2. leggere queste righe fa molto male. Perchè è di questi fatti, gravi, gravissimi che ci dovremmo vergognare agli occhi del mondo. Per queste cose ci dovremmo indignare e scendere in piazza. In tutte le piazze d’Italia.
    Quante sono le persone che hanno dato la vita per un ideale? Non a caso, raccomanda ai figli di essere meno idealisti. Anche quelle righe mi hanno fatto male.
    Queste persone non sono protette o lo sono molto poco in confronto ai mille tentacoli della mafia. Rimangono soli, per paura tutti ne prendono le distanze, rimangono soli, che è la cosa più terribile che possa capitare ad un uomo.
    Questo post, mi ha messo tanta amarezza, dolore il termine esatto. Eppure è un bel post.
    La mafia si sconfigge in mille maniere, anche arrestando un boss, facendo vedere che lo Stato è presente sempre. Senza stancarsi mai. Basta crederci.

  3. Le discussioni tra noi, non ci sono mai state caro Dalai. Abbiamo parlato, pur con vedute diverse.
    Sono le intromissioni varie, che mi infastidiscono e credo diano fastidio anche a te.
    Non è la prima volta che accade, lo sai bene, siamo sempre stati intelligenti a “non leggere oltre” i nostri rispettivi commenti.
    Mi auguro che queste cose finiscano una volta per tutte.
    Come insegna questo post, si può essere d’accordo a prescindere il colore politico, basta cercare il dialogo serio e rispettoso e avere a cuore l’Italia.
    Ti abbraccio, Ros
    p.s. hai visto che Roma? 😉

  4. Io no so davvero cosa voglia dire vivere in una terra di mafia. Non lo so e non forse non lo saprò mai. E forse sì, non sarà l’arresto di un boss a sconfiggere la mafia, perché è solo un anello della lunga e grande catena. So però che vite distrutte così non si riescono nemmeno commentare. Grazie a te per riportare questa lettera. E il mio rispetto per la memoria di quest’uomo. E dei suoi cari ancora vivi.

  5. Una storia davvero drammatica, di cui si dovrebbe tener conto e di cui molti dovrebbero dare conto.
    I magistrati collusi e infingardi dovrebbero prendere l’ergastolo, per l’offesa che recano ai magistrati che mettono la loro vita a repentaglio, e spesso la perdono per lo Stato, per la lotta alle bestie.
    Figli di puttana.

  6. Dalaiiiiiiiiiiiiiiii, amoreeeeeeeeeeeeeeee
    dove seeeeeeeeeeiiiiiiiiiiiiiiiiiii????
    €: )))
    insomma, stai fondando un gruppo eversivo di estrema sinistra estrema estrema?
    sarò l’obiettivo numero due dopo Berlusconi?
    no, il numero tre dopo Berlusconi e Vespa!
    uhauhahuauhahuauhaauhhau

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