Sciopero.

Sarà come in Grecia? Non lo so, mentre sto scrivendo lo sciopero generale è in corso e non so come stia andando. Non mi interessano i dati, 1.000 o 100.000, a me interessano queste parole. Parole di sinistra, di sinistra in piazza. La Grecia è in rivolta da settimane, non per l’uccisione di un ragazzo da parte dello stato (come dice la tv), ma sono in rivolta per gli stessi motivi per cui oggi l’Onda, la Cgil e gli Italiani sono in piazza. “Noi la crisi non la paghiamo”, la crisi generata da una frenetica corsa capitalista del profitto, di cui ora tutti dobbiamo pagare le conseguenze. I potenti però non vogliono cambiare, vogliono solo superare la crisi con i minori danni possibili e ricominciare come prima più di prima. Sfruttamento del lavoro, per generare profitto, un profitto che mai è stato redistribuito equamente e che ora si ritorce contro chi ha generato questo sistema. Gli operai non hanno i soldi per consumare e le fabbriche sono costrette a ridurre la produzione generando nuovi licenziamenti e cassa integrati. Il Sistema si è rotto, bisogna cambiarlo non rattoparlo mediaticamente.

Tratti da Liberazione:

Perché la crisi questa volta disvela e disgela in tutta Europa: disvela i disastri di quindici anni di ideologia neoliberista applicata allo sfruttamento delle vite, e disgela un desiderio di futuro che è in primis un rifiuto determinato e radicale di un’economia basata sulla socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti. Italia, Francia, Germania, Grecia, Spagna: in tutta Europa i conflitti possono risuonare di una comune irriducibilità alla governance globale. Sotto scacco c’è un intero ciclo politico ed economico tutt’altro che astratto, fatto di politiche globali , attuate dai governi nazionali in sintonia con i diversi organismi sovranazionali, contestato per tutta la durata del suo sviluppo dalle ondate ripetute dei movimenti sociali in tutto il pianeta.
Questa volta è alta marea. Oggi lo sciopero generale inonda il Paese . Ci si può azzardare a pensare che non si ritirerà così presto e così facilmente, almeno in questo vecchio continente che non riesce nemmeno a guardare di là dall’oceano, e in questo paese dove il governo dopo aver salvato per ora le banche ora è preoccupato soltanto di quanto spenderemo in regali di Natale. L’ampiezza del conflitto sociale può espandersi nella crisi di sistema: non è più all’ordine del giorno la denuncia delle conseguenze a venire delle politiche neoliberiste, esse sono già materialmente in atto nella quotidianità di milioni di persone. Licenziamenti, cassa integrazione, distruzione del sistema formativo pubblico, clandestinità per tutti i migranti che perderanno il lavoro . Tutti i nodi vengono al pettine e non più soltanto nella forma di una parzialità che alludeva ad una condizione più generale: è per questo che lo sciopero generale di oggi è il terreno di un conflitto che eccede se stesso. Migranti, operai, precari, impiegati, partite iva, studenti e ricercatori e così via: oggi in piazza va anche una necessità di mettere a critica e ripensare ogni forma della rappresentanza, politica e sindacale. E’ possibile anche grazie all’Onda , che per prima in quest’autunno ha impostato le parole d’ordine di un’opposizione più generale, e che per questo non conosce recinti generazionali e argini corporativi: quando parla di sé parla sa di pronunciare parole capaci di rispondenze e consonanze più ampie tra chi vuole guadagnare l’autonomia e la libertà delle esistenze e contemporaneamente sa di essere il centro del processo produttivo del capitalismo cognitivo.
Che differenza fa quale contratto hai in tasca se l’impresa in cui lavori può chiudere da un momento all’altro, se la totale insufficienza del welfare è talmente evidente da travolgere le sfumature di un mezzo diritto in più o in meno, se la questione è di fondo, e ciò che conta, è che in nessun modo ti viene restituita la ricchezza che hai prodotto e che produci? Nella recessione economica alla precarietà non c’è più riparo possibile : il suo carattere esistenziale non è più, come d’altronde non lo era già da un pezzo, semplicemente una tendenza, ma è percepita dall’intero mondo della produzione sociale. ” Generalizzazione ” ha detto l’Onda, sapendo di poterla rendere possibile , e non soltanto per capacità di relazione e di riconoscimento, non solo per una mera pratica dell’obiettivo, ma anche in virtù di una diffusa complicità. Complicità non è lo schema di un’alleanza , e nemmeno la scrittura di un patto, complicità non è neanche programma comune. Complicità è il sentimento di un percorso collettivo in cui ognuno può cercare la propria liberazione . L’indipendenza di tanti può così non essere separazione. Complicità è la condizione per la creazione di un alfabeto dell’alternativa che ancora non c’è, una ricerca, come quella che in ogni facoltà italiana si sta sviluppando intorno all’autoriforma come processo per riguadagnare la libertà e il diritto al sapere qui ed ora. Quando c’è questa complicità non solo non c’è pacificazione sociale che regga, ma non c’è nemmeno morte e fine della politica. E’ a questa complicità che questo inserto di oggi vuole dedicare qualche pagina e dare un po’ di spazio . Siamo qui. InOnda per l’appunto. Rimane un’unica avvertenza: per ascoltare bisogna sintonizzarsi sulle stesse frequenze .

Perché è davvero decisivo lo sciopero generale del 12 dicembre? Proverò ad individuare tre motivi, non gli unici, ma a mio avviso i più importanti. Tre motivi che sono nello stesso tempo tre sfide, difficili ma stimolanti.
In primo luogo lo sciopero del 12 è uno sciopero contro la crisi, la crisi economica e di sistema che investe il mondo della finanza dall’agosto del 2007 e che oggi sta destabilizzando con una forza senza precedenti l’economia reale. ” Noi la crisi non la paghiamo”, lo slogan dell’Onda, si generalizza e diventa lessico comune per tutti coloro che non solo non vogliono pagare la crisi , ma che ritengono provocatorie le elemosina di Berlusconi e Tremonti e che intendono, piuttosto, far pagare la crisi a banche e imprese. In questo senso lo sciopero del 12 è portatore di una sfida assai più ampia, complessa e problematica delle occasioni che lo hanno preceduto negli scorsi anni: in questione non è l’operato di questo o quel governo, ma un modello di sistema. Essere all’altezza della fase che attraversiamo significa far emergere, a partire dal 12, un discorso costituente su una alternativa di sistema . Troppo? Probabile, ma o il 12 prova a dire cose che vanno nella direzione di una nuova ricerca politica e sociale o è poca cosa. Come dire queste cose? Innanzi tutto con le pratiche, dunque con uno sciopero vero e nello stesso tempo nuovo.
Arriviamo alla seconda questione. Qual’è l’altra grande novità di questo sciopero? Che si inserisce all’interno di un movimento straordinario come l’Onda. Meglio, è stata in qualche modo l’Onda a far si che lo sciopero ci fosse, per lo meno che si estendesse al di là delle sigle sindacali che lo hanno inizialmente indetto . Uno sciopero nel mezzo del movimento vuol dire fino in fondo uno sciopero di nuova natura. Il movimento degli studenti, infatti, non si limita a partecipare allo sciopero, ma, in qualche modo, lo indice. Quanta presunzione dirà qualcuno? Lo sciopero lo fanno i lavoratori di certo non gli studenti, gli studenti, semmai, si possono unire con i lavoratori secondo il vecchi e consolante adagio “studenti e operai uniti nella lotta”. I lettori di questo giornale Marx lo conoscono bene e sicuramente non gli sfuggono le pagine marxiane dei Grundrisse in cui emerge in pieno rilievo il tema del general intellect (per chi ha la vecchia edizione Einaudi pp 704-719, per chi preferisce l’edizione Nuova Italia pp 389-403). Marx dice (per evitare di non esser creduto): «In questa situazione modificata non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, bensì l’appropriazione della sua forza produttiva generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in breve lo sviluppo dell’individuo sociale, che si presenta come il grande pilastro della produzione e della ricchezza». Una tendenza nel 1857, una realtà, ancor più complessa (il gigante di Treviri non aveva previsto le macchine linguistiche, meglio note come Pc), oggi. L’università, la ricerca, la formazione in genere non sono più terreni separati dalla produzione, sono piuttosto campi interni e di valore strategico all’interno del nuovo modello di accumulazione capitalistica . Non è un caso che gli studenti insorgono da almeno 3 anni in tutto il mondo e ogni insorgenza ha per tema non solo la difesa dell’università pubblica, ma anche e con forza la questione della precarietà e del mercato del lavoro. Studenti e operai uniti, perché entrambi e in forme diverse partecipano ad un processo di accumulazione reticolare ed esteso che non si esaurisce nella fabbrica, ma per dirla con Marx mette a valore la «forza produttiva generale».
Terzo punto: una nuova pratica di sciopero . Sciopero sociale, sciopero non solo di chi è rappresentato e rappresentabile all’interno del sindacato, ma anche di chi non è rappresentato né tanto meno rappresentabile in forma unitaria e tradizionale: parti significative del lavoro precario, i movimenti di lotta sull’abitare, la nuova forza lavoro migrante. Uno sciopero, inoltre, che abbia l’obiettivo di paralizzare la grande fabbrica sociale rappresentata dalle città e dalle metropoli. È proprio nella città che circolano merci, competenze, saperi, comunicazione. Manif sauvage significa interrompere la regolarità dei tempi produttivi all’interno della città, coinvolgere quei settori di lavoro (autonomo o dei servizi) che con più difficoltà partecipano o possono partecipare allo sciopero.
Tre motivi, ma soprattutto tre sfide. Come al solito sarà la verifica pratica a dirci qualcosa in più!

Noi studenti e studentesse in rivolta da tre mesi contro la legge Gelmini e i tagli alla scuola, all’università e alla ricerca sin dall’inizio abbiamo intuito la gravità delle proposte legislative ed economiche del governo: il progetto criminale, paradigma delle molteplici crisi che il neoliberismo vuole farci pagare, oggi però perde il velo grazie a una generazione che si pensava narcotizzata dal pensiero unico ma che invece riscopre protagonismo e ribellione, gioia e determinazione. Un esercito del surf deciso a trasformare l’onda in tsunami e a non fermarsi.
A Torino le fabbriche chiudono , gli operai vanno in cassa integrazione, i precari vengono licenziati dalla sera alla mattina e il disagio sociale cresce; aumentano le code alle porte delle mense per i poveri , alla stazione di porta nuova e nei quartieri popolari si riorganizza la vita degli strati più colpiti attraverso azioni di solidarietà sociale e mutualismo.
Una crisi che attraversa le metropoli come le periferie dell’impero, e che semina macerie sotto le quali anche i più innocenti, come gli studenti di Rivoli , possono finire.

Sciopero.ultima modifica: 2008-12-12T14:28:00+01:00da dalai87
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15 pensieri su “Sciopero.

  1. credo che tu non hai capito molto bene, ciò che ho detto in qurl post è esattamente le poche parole conclusive ma con chi cazzo abbiamo a che fare? mi pare abbastanza esaustivo, questione difesa del sistema, essendp che di meglio non si vede tanto in giro, constatando che chi dice bisogna cambiare non sa come farlo aspettando che qualcuno indichi come non ci resta che continuare con con questo sistema, il quale per altro fino a proca contaria ha dato esitio pià che soddisfacenti dalay bello, ci oiaccia o non ci piaccia, vedo un po che doce non c’è il maledetto capitalsmo la gente proprio la gente sai è molto più povera dice niente?

  2. Un milione e mezzo di persone in piazza, nonostante la pioggia e nonostante la crisi, meritano sguardo e ascolto. Colpisce invece l’atteggiamento sprezzante del governo Berlusconi: “Il contrario di quello che si doveva fare”, e colpisce ancora di più quello, altrettanto sprezzante, del secondo sindacato italiano, la Cisl.
    Contro la crisi, più salario, più diritti, più pensioni e più welfare: su queste parole d’ordine si sono riempite le piazze di tutta Italia, ricomponendo il puzzle frastagliato di un paese travolto dalla crisi. Dove solo a novembre la cassa integrazione (che significa buste paga a 800 euro al mese, quando va bene) è cresciuta del 250 per cento, nessun settore escluso. “L’adesione è molto buona, in moltissime aziende del paese andiamo ben oltre il doppio il numero dei nostri iscritti”, afferma il segretario confederale Enrico Panini. “Si possono avere opinioni diverse, si può criticare lo sciopero ma tutto il paese deve inchinarsi con rispetto al lavoratore che rinuncia a ore di salario per essere qui”, dice da Bologna Guglielmo Epifani.
    Un saluto da Angela

  3. dalai sono post di gente che spera di aver convinto altra gente del fatto che loro siano le persone giuste per governare…
    me lo immagino un di pietro vittorioso come no…. giustizialista che poi vota per l’indulto… io non posso che sperare in un buon risultato del mio presidente…

  4. Ciao Sasa! Non ce la faccio proprio a leggere tutto il post, mi sono limitato al tuo incipit e mi vedi d’accordo su tutto. Domani spero di avere più tempo. Intanto che ne pensi di questo Fini? Dopo il Bossi moderato, ecco questo che condanna le leggi raziali e il silenzio assenso della Chiesa… Boh… inizio a non capirci più nulla… meglio che mi riposi, va…
    ps che forza Ibra! 🙂

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