La lezione greca.

E’ passata come ci si aspettava in silenzio la vittoria del Partito Comunista Greco (KKE) alle amministrative della domenica scorsa. In una anno i comunisti greci, sono cresciuti di circa 4 punti percentuali, guidando la rivolta contro il piano d’austerity dell’Unione Europea e del FMI. In Italia nessun tg e nessun giornale ha dato risalto a ciò, a differenza invece di quando ad avere buoni risultati sono le destre. Questo ha un solo motivo, quello di proseguire nella censura dei comunisti, ma soprattutto quello di non far conoscere agli italiani la bontà della rivolta e della ribellione al capitale, non disturbando in questo modo le manovre del centrosinistra nel suo progressivo spostamento a destra al servizio dei poteri forti, del neoliberismo, delle banche, della confindustria, ed apre invece la strada al piano di austerity ed al patto di stabilità concordato all’UE, esaltando la tenuta dei socialisti greci(equivalenti al centrosinistra italiano), cosa assolutamente non vera, in quanto il Pasok ha perso quasi 10 punti percentuali e oltre 1 milione di voti, che sono andati più che altro nell’astensionismo. Verrebbe proprio da dire che sono arrivati i  rossi, come annunciavo nel mese di Giugno(arrivano-i-rossi.html), e che “c’è uno spettro che si aggira (ancora) per l’europa”. Il successo del KKE è la dimostrazione che la lotta di classe paga e che il nome comunismo non fa paura alla gente, ma solo ai padroni. La media nazionale raggiunta dal KKE è del 10.9% la più alta dal ’74 data della caduta del regime fascista, in cui il KKE subì notevoli perdite umane ed organizzative. Il tutto sta a dimostrare che in una crisi di questo genere, all’attacco padronale si può e si deve rispondere solo con la radicalità della lotta e l’alternativa al sistema capitalista e neoliberista. La linea politica del KKE è rimasta sempre uguale, tenace nel tempo, andando in clandestinità e non rinnegando mai lo Stalinismo e l’unione Sovietica, pur analizzando e mostrando le critiche che a quel sistema e primo reale esperimento di stato socialista sono dovute. La sua coerenza in questo preciso momento storico, dimostra come si possa essere alternativi al sistema politico ed economico, ed avere un largo successo di massa, guidando le masse stesse nella rivolta ed essere riconosciuti come guida. Non si può essere coerenti con il governo e con le masse, si deve scegliere, ed il KKE ha scelto la linea oltranzista della lotta di classe, costruendo negli anni il suo successo stando al fianco dei lavoratori attraverso il sindacato di classe del PAME(Fronte Militante di tutti i Lavoratori) e al movimento dei contadini(PASY) unendo ad essi il movimento dei lavoratori autonomi e piccoli commercianti contro i monopoli(PASEBE), il Fronte Militante Studentesco(MAS), Federazione Donne Greche(OGE), e del Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace(EEDYE). Ha lottato contro l’UE ed il trattato di Maastricht, contro il Fondo monetario e la Banca Centrale, contro il sistema liberista e bancario, ha detto chiaro e tondo che un altro mondo è possibile, e le masse lavoratrici colpite duramente dalle politiche imposte da questi organi al governo fantoccio di Papandreau, hanno risposto con la lotta unitaria e cosciente. Il KKE non ha mai rincorso il centrosinistra a differenza dei nostri partiti di sinistra e comunisti, ma li ha sempre randellati e lottati, coerentemente ai propri ideali e soprattutto coerentemente agli interessi della classe di cui è rappresentante e guida ampiamente riconosciuta! Infatti, le percentuali maggiori sono arrivate nella regione più importante, l’Attica, sfiorando il 15%. L’Attica contiene le città più importanti, tra cui Atene, dove l’addensamento operaio è maggiore, questo lascia dire agli stessi osservatori politici greci (che a differenza dei giornalisti italiani hanno dato ampio risalto e riconosciuto la vittoria del KKE), che esso è il Partito dei lavoratori greci. Oggi, quindi, in Grecia la classe lavoratrice e popolare ha la sua avanguardia politica, anche se l’astensionismo alto andrà valutato, essendo di certo una protesta popolare al sistema politico, che però deve essere trasformato in una protesta contro il sistema economico e sociale del capitale e del libero mercato. Si tratta comunque di una lezione alle sinistre ed al bertinottismo, secondo cui il nome Comunismo era ormai indicibile, o a Vendola per cui il simbolo della falce e martello è anacronistico e dannoso. Con i Patti Sociali vince il Capitale, con la lotta vincono le Masse!  

“Queste elezioni erano un test politico importante, non solo per il paese ellenico, ma per tutta l’Europa, in quanto primo test elettorale dopo l’approvazione da parte del governo greco delle misure previste dal piano FMI-unione Europea di austerità, quel memorandum che ha prodotto un attacco senza precedenti ai lavoratori e la conseguente reazione popolare con l’organizzazione di proteste sociali enormi e di scioperi generali a ripetizione. Il KKE è stato indubbiamente premiato per una posizione intransigente di opposizione alla politica sociale ed economica del governo. E’ stato chiaramente percepito, da parte di chi è andato a votare, come la forza maggiormente impegnata nella lotta contro il piano di austerità e controriforme sociali di Papandreu. Una posizione che si distingue per un attacco a entrambi i partiti maggiori, denunciandone le corresponsabilità nella conduzione del paese negli ultimi venti anni. Tant’è che nelle dichiarazioni rese alla stampa da parte della segretaria Aleka Papariga, per il secondo turno il KKE invita a non votare per nessun candidato dei due maggiori partiti. Insistendo sul carattere politico generale dato alla campagna elettorale da parte del KKE, sulla richiesta di un voto contro il bipartitismo Pasok-ND e la loro politica economica e sociale, la segretaria comunista ha ribadito la necessità di continuare nella mobilitazione e ha stigmatizzato la reazione del Pasok, la sua intenzione di continuare ad andare avanti senza tener conto di un risultato elettorale che secondo il KKe rappresenta una evidente bocciatura dell’azione del governo.
Ma l’altro dato politico enorme di queste elezioni è indubbiamente l’ astensione, che ha raggiunto livelli senza precedenti. La delusione e la rabbia per le misure antipopolari del governo socialista a guida Pasok ha spinto moltissimi a disertare le urne. Ma è questo esodo dalle urne a mantenere in realtà in vita il governo socialista. Chi voleva sanzionare così il governo, lo ha in realtà rafforzato. Tutti infatti, nel dopo voto, come spesso accade, si sono dichiarati soddisfatti. Il Pasok e Papandreu, che traggono dalla tenuta relativa e dal fatto di aver mantenuto la posizione di primo partito la motivazione per continuare nell’azione di governo e giustificare la propria azione, allontanando così lo spettro di elezioni anticipate. Nuova Democrazia, il partito conservatore, è invece felice di aver ridotto il distacco da i socialisti. In realtà è il sistema bipartitico a traballare. Su questo insiste Alexis Tsipras, Presidente del Synaspismos, l’altro partito della sinistra radicale, nel commentare i risultati del suo partito, che conferma i dati delle passate elezioni politiche e che aveva scelto in alcuni casi di sostenere candidati socialisti ribelli e contrari al piano del FMI, come nel caso dell’Attica, la regione di Atene, dove ottiene il risultato più significativo. Un primo passo, quello di liste con esponenti socialisti contrari alla politica del Pasok, per cercare di modificare il sistema politico greco, secondo Tsipras. I risultati elettorali e l’astensione sono il segnale della profonda crisi di consenso della politica liberista. Una crisi che si traduce in una messa in discussione del tradizionale bipartitismo greco. La vittoria dei comunisti è il segnale che è a partire dalle lotte sociali e da una battaglia intransigente contro i piani d’austerità e le politiche antipopolari che si può rafforzare e far crescere la sinistra di alternativa, comunista e di classe.”
(Fabio Amato, Liberazione del 10/11/2010)

Partiamo proprio da questo punto per analizzare la situazione italiana:

Stiamo assistendo in questi giorni, alla lenta marcia funebre dell’attuale governo Berlusconi (IV), e vedo che in molti sono con le bottiglie di spumante in frigo in attesa di festeggiare, come se si stesse festeggiando la Liberazione. In tutto questo io ci vedo l’ipocrisia del popolo italiano e soprattutto ci vedo in questo la Vittoria di Berlusconi e della classe dominante. Berlusconi non sta cadendo per una opposizione alle sue politiche, ma perché la borghesia italiana ed europea è stanca delle sue storielle che intralciano i loro progetti, e quindi sono decisi a sostituirlo con un nuovo capo rappresentante dei loro interessi. Cosa si sta festeggiando vorrei capire: La caduta di un “puttaniere” o la caduta di un sistema di sfruttamento del lavoro asservito al profitto ed al mercato, dove i padroni guadagnano 457 volte un operaio e che genera una diseguaglianza di reddito di undici volte inferiore quello del povero rispetto al ricco, un sistema che concentra la richezza sempre meno mani, dove l’istruzione, la sanità e la casa non sono anch’essi più diritti ma fattori di profitto?

Qualcuno si è chiesto cosa sta per arrivare in Italia? Facciamo una prima ipotesi, quella caldeggiata dai poteri forti di questo paese: il governo tecnico, la cui probabile guida sarà Draghi (Banca d’Italia). Il risultato sarà peggiore di quel governo Dini tanto evocato, in quanto sarà chiamato a calare la mannaia del Patto di Stabilità concordato a Bruxelles da tutti i rappresentanti delle lobby finanziarie che controllano il destino di tutti i paesi. Patto di stabilità ed austerity che i governi di centrosinistra hanno già applicato a Grecia, Portogallo, Spagna ecc…

Passiamo alla seconda ipotesi, cioè un governo di larghe intese, che prevederebbe il PD (Liberista al servizio delle banche, schierato con la classe padronale e la Cils-Uil) che nella persona di Bersani ha il record delle privatizzazioni in questo paese, che hanno causato migliaia di licenziamenti e lavoro precario (anch’esso risalente al governo Prodi ed a quel genio del male di Biagi, che non abbia mai pace!) e che ha finanziato le guerre in Serbia, Iraq e Afghanistan, la cui idea di riforma del fisco di cui spesso si sente parlare non si allontana molto da quella del PdL che è volta a favorire chi ha e non chi non ha. Passiamo all’IDV (interclassista e facente parte del gruppo popolari) in tema di lavoro e di economia utilizza una posizione ipocrita ed opportunista, ma nella realtà è una fotocopia dell’UDC, con la differenza che ci mette una sana questione morale che spesso sfocia in becero giustizialismo (da quando è in parlamento non ha mai portato avanti una battaglia a favore ed in nome dei lavoratori!). Sull’UDC non mi dilungo nemmeno. I Radicali, poi sono su posizioni atlantiste e liberiste sul modello americano (ricordiamo che sono quelli dell’abolizione della mutua!) su posizioni filo israeliani (ma questo ultimamente sempre essere una malattia che ha colpito anche i vendoliani oltre il PD). Ed infine c’è SEL. Qual è in tutto questo il compito di Vendola,  in che modo vorrebbe portare avanti le sue teorie (fra l’altro la teoria del riformismo alla Obama già sono fallite negli Stati Uniti!) ? Come può rompere il bipolarismo, come può intaccare il libero mercato, lo sfruttamento del lavoro ordinario e precario? Come può se è dentro il sistema bipolare e lo ingrossa dei voti e del sostegno popolare, che consentiranno a questo sistema di rimanere in vita di fronte a questa crisi del sistema capitale? Quel’è il suo ruolo se non quello di portare i voti “pseudo-radicali” di sinistra, dei lavoratori, e della classe popolare nelle pancie del sistema e dei padroni, come fu già in passato col PRC di Bertinotti con i risultati che tutti conosciamo, finendo per sostenere politiche avverse alla classe popolare ed asservite al libero mercato, agli industriali ed alle banche, risultando da comunisti quelli che hanno favorito il capitalismo ed il liberismo nel nostro paese.

“…qui si colloca la crisi politica italiana. Che è inoltre crisi del bipolarismo maggioritario, soprattutto nella versione bipolare-bipartitica che Berlusconi e Veltroni vollero sciaguratamente configurare. Gli esiti della crisi politica organica non sono trasparenti e determinabili. Proprio perché è una crisi che non viene innestata dalle dinamiche sociali, perché il sistema politico si è da esse separato. Vi è una grande alienazione politica di massa. E’ l’implosione di un regime, percorso dalle turbolenze della nomenclatura, che nascono dalla dislocazione, dentro la violenza della globalizzazione liberista, degli interessi padronali. C’è il fondato rischio, per paradosso, che il movimento di classe (e le sinistre con esso) ne esca con le ossa rotte. Basta pensare al fatto che il secessionista e razzista Bossi viene elevato a mediatore con Fini e tratta sulla futura presidenza della Repubblica, sul ruolo di Tremonti e sulla futura legge elettorale in cambio del federalismo secessionista. E’ grave che emergano torbide manovre su una futura legge elettorale; una legge elettorale che, invece di prendere atto, con lineare trasparenza, del fallimento del bipolarismo maggioritario, sembra limitarsi a costruire normative cucite sugli interessi di Berlusconi, Fini, Casini o Bersani. Invece di eliminare il premio di maggioranza, si parla di trasformarlo in un più ridotto «premio di stabilità al 40 o al 47 per cento»; con una proposta Violante che allude ad un sistema, in parte francese, con una quota proporzionale, senza abolire la soglia di sbarramento. Ma è ammissibile discutere di legge elettorale senza un serio bilancio della crisi della formazione della rappresentanza, del pluralismo, del costituzionalismo democratico? Il tema, per noi, è rompere la corazza maggioritaria che il sistema politico ha costruito per evitare che il conflitto sociale possa incidere, nella sua autonomia, anche sugli equilibri istituzionali. Bersani, Fini, Casini parlano di un esecutivo «tecnico» per gestire il dopo Berlusconi. Ma questo esecutivo «tecnico» finirebbe, anche se durasse un solo anno, con l’essere il governo della Confindustria, dell’asse Marchionne-Bonanni; costruito attorno ad un presunto «patto sociale» che sarebbe ben più regressivo della stessa concertazione socialdemocratica, attaccata da destra dal padronato sotto la frusta della feroce competitività internazionale tra sistemi industriali e finanziari. Basta pensare alla demolizione del Contratto nazionale, dello stesso Statuto dei lavoratori, al «collegato lavoro» che ha distrutto il processo del lavoro. Il «patto sociale» intende autorappresentarsi al governo. Mi chiedo: si può pagare la cacciata di Berlusconi con un ulteriore massacro del mondo del lavoro? Possiamo, insomma, accettare un esito che, in cambio dell’abbattimento del tiranno, affida il Paese alle politiche confindustriali, alle destre che si richiamano al nuovo patto di stabilità europeo, contro il lavoro, i beni comuni, contro ogni ipotesi di programmazione e di intervento pubblico qualificato e socializzato? Vi è un’altra strada. Sviluppare, articolare territorialmente, organizzare quella prima espressione di blocco sociale e di movimento di massa che si è espresso nella preparazione e nella manifestazione del 16 ottobre, lì dove i nessi unitari fra movimenti, conflitti, rivolte (prima disperatamente dispersi e non comunicanti) hanno cominciato a trovare una condivisione unitaria…Dare, invece, rappresentanza al 16 ottobre significa anche piena indipendenza culturale e strategica delle sinistre anticapitaliste, anche perché l’indipendenza di esse è presupposto per costruire una alleanza per la difesa della Costituzione, che è ipotesi autonoma dal governo. Ne deriva che, se esiste un Pd liberaldemocratico, aclassista, che ha accettato le ragioni del capitale, occorre accelerare il percorso unitario per costruire il polo alternativo della sinistra anticapitalista. Senza omologazioni né annessioni, ma con una concezione forte del pluralismo. Vi sono le condizioni? Ve ne è la necessità.” (Giovanni Russo Spena, Liberazione del 12/11/10)

La lezione greca.ultima modifica: 2010-11-13T16:37:00+01:00da dalai87
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