Ripartire dalla classe!

operai.2.jpgForse bisognerebbe (ri)partire da quello che una volta era il problema della composizione di classe, per arrivare finalmente a chiedersi a chi mai si rivolge oggi un partito che voglia dirsi comunista. La storia insegna che non sono stati i partiti comunisti ad organizzare il movimento operaio, ma è stato il movimento operaio a darsi innanzitutto una propria organizzazione, di cui il partito è l’esito e non la premessa. Se ci sfugge la classe, se non conosciamo noi stessi, se il partito, la federazione o quello che sia diventa premessa e non conseguenza necessaria (“determinata”…) dell’organizzazione di classe, diventa inevitabile accodarsi alla prima cantilena borghese che si ascolta in piazza. Sabato scorso(12 marzo), c’è stata l’ennesima passeggiata in piazza che ricorda quella dell’anno scorso, terminata anch’essa a p.zza del Popolo, con l’aggiunta addirittura in questa occasione anche di alcuni pezzi del FLI (la destra padronale!). Lo scorso anno si pensava ad una grande coalizione per le imminenti elezioni, che non ci sono mai state, quest’anno per la difesa della costituzione. Ma un partito comunista è un organismo che si rivolge a una parte della società, non a tutta la società: ma questa parte dobbiamo ancora determinarla perché non vediamo ancora chiaro tra di noi, in noi stessi, in quello che siamo storicamente, come classe sociale gettata nel mare magnum del tardocapitalismo. La verità è che oggi se hai 20-30 anni e tuo padre non ti paga il soggiorno alla Luiss, hai molto più in comune con l’immigrato che arriva sul gommone piuttosto che con il tuo vicino di casa impiegato di banca. Questo i padroni lo sanno e proprio perché lo sanno si sono preoccupati per tempo di mobilitare un esercito di piccoli borghesi reazionari, filoclericali, cattofascisti, neorazzisti, tutti impegnati nella guerra di classe all’immigrato perché sanno che l’immigrato porta con sé in quanto tale, semplicemente con la propria esistenza, una carica eversiva che l’Occidente non sa più esprimere autonomamente… cercano di guadagnare tempo inventandosi radici etniche che non hanno mai avuto, mentre noi stiamo cercando di intravedere radici sociali che non abbiamo ancora, incapaci di renderci conto delle grandi opportunità che ci aspettano, della grande forza che abbiamo. Tra 10-20 anni, per esempio, chi è che parlerà all’enorme classe di non garantiti che affolla le periferie delle metropoli occidentali? Chi parlerà agli immigrati di seconda e terza generazione, a chi potrà riferirsi questo proletariato d’esportazione quando si tratterà di uscire dalla servitù per conquistare spazi di libertà? Le prediche dipietriste et similia magari vanno ancora bene per giovani idealisti cui hanno insegnato che la democrazia comincia là dove i padroni hanno concesso che cominci e finisce là dove i padroni hanno imposto che finisca. Veniamo quindi alla questione strettamente legata alla difesa della Costituzione, persino per noi che siamo cresciuti nel mito della Resistenza, può avere ancora un senso (e ha sempre avuto un senso) solo nella misura in cui questa lotta continui ad essere un mezzo per l’allargamento dei diritti e l’esproprio dei privilegi, e non una mera battaglia di retroguardia utile soltanto a salvaguardare i diritti che ci sono (e che sono sempre più riservati a una parte di garantiti, lasciando fuori tutti gli altri). La Costituzione, tanto per fare l’esempio più eclatante, dovrebbe essere il mezzo e non il fine della lotta; sembra una banalità, ma da come la spacciano nelle piazze e in tv vorrebbero far credere che una volta “salvata” la Costituzione i nostri problemi finiranno… e invece è meglio una Costituzione a brandelli ma con un’opposizione sociale forte e organizzata e capace di imporre le proprie rivendicazioni, che una Costituzione in salute ma incapace di porre un freno all’orrore dello sfruttamento. Ieri, invece i comunisti(che fanno riferimento alla FDS ad esempio) sono scesi in piazza a braccetto con i partiti padronali in modo passivo, senza aver chiaramente rivendicato questa distinzione (la mancanza d’identità comunista!) così semplice nella piazza, e cioè che la difesa della legalità, della Costituzione repubblicana, di tutti i padreterni possibili e immaginabili DEVE essere un mezzo e non un fine della mobilitazione; che tutte queste lotte sono certamente importanti ma non sono risolutive, sono ancora soltanto la cifra di uno scontro interno alla classe dominante, uno scontro in fondo minimo per quanto riguarda le sue ricadute sulla pratica, e non intaccano in nulla quella contraddizione reale, concreta che si tratta di sviluppare, estenuare, far esplodere. Forse i dirigenti “comunisti” dovrebbero ricordare più spesso qual è la gerarchia effettiva tra rapporti di produzione e rapporti giuridici, tra disuguaglianza reale e uguaglianza formale. Se si continua su questa strada il problema della difesa del lavoro finirà sempre più per diventare quello che è da sempre per tutti i partiti borghesi, cioè una questione subordinata al problema “capitale” – in tutti i sensi – della difesa della legalità (della legalità “borghese” ovviamente).

Ma cosa chiedere a un partito oggi? Non gli si chiede né di essere rivoluzionario né tantomeno di “fare” la rivoluzione, ma di fare come la vecchia talpa marxiana, di cominciare a scavare a costo di perdersi sottoterra. Un partito Comunista non può giocare all’ecumenismo borghese, non può pensare idealmente di rivolgersi “a tutti” come fanno Pd, Idv e molto probabilmente anche SeL, come se la società fosse un corpo unico, unitario e omogeneo. Per questo un partito comunista deve scegliere dove stare e con chi stare: cioè non con quale “alleato”, ma con quale classe stare. Il che significa avere l’arroganza di rompere l’incantesimo di una società pacificata, senza parti, senza classi, alla cui costruzione contribuirono certamente (con buone ragioni dovute alla contingenza storica) anche il vecchio Pci e la grande narrazione resistenziale. Però ho la bruttissima impressione che se si va avanti sulla strada tracciata dalla sinistra borghese, la strada della legalità a tutti i costi, del riformismo, della concertazione, della collaborazione, una strada lungo la quale i comunisti finiscono sempre con l’apparire inevitabilmente come quelli “più democratici”, “più legalitari”, “più attenti alle tematiche sociali” e quindi paradossalmente “più funzionali” al mantenimento dello status quo… Sicuramente vedremo più chiaro nella questione “del partito” quando saremo nelle condizioni di vedere più chiaro nella questione, immensamente più importante, della classe cui dovremmo riferirci. Forse quando saremo veramente “meticci”, quando i diseredati della terra ci insegneranno di nuovo che cosa significa non avere “nient’altro da perdere che le proprie catene”,quando servirà veramente un partito comunista dovremo reinventarlo daccapo, e allora sì che rischieremmo di renderci conto di aver perso un’occasione.

Ripartire dalla classe!ultima modifica: 2011-03-15T15:52:38+01:00da dalai87
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