La posizione comunista: No alla guerra imperialista per la sovranità e l’indipendenza della Libia. Si alla mediazione di Chavez e dell’Alba, per la risoluzione pacifica della guerra civile in Libia… ed infine Fuori dalla Nato e Yankee go home!

Esprimo la mia opinione sulla Libia attraverso una serie di articoli, iniziando dall’analisi su Gheddafi e sui ribelli della Cirenaica ed infine sugli interessi imperialisti e coloniali.

Il regime di Gheddafi costituisce un esempio di cesarismo progressivo o regressivo? Le forze politiche e sociali a cui è legato sul piano nazionale e internazionale sono progressive o regressive? Questo sarebbe il piano giusto su cui condurre le analisi.

Invece degli schemi semplicistici del “popolo buono” contro il “tiranno cattivo”, “democrazia” versus “dittatura” sarebbe molto più utile attualizzare la riflessione gramsciana su “cesarismo progressivo” e “cesarismo regressivo”.

Le posizioni sulla questione libica diffuse oggi in Italia e, più estensivamente, in Occidente, sembrano esprimere una forma di “dogmatismo storico” profondamente significativo sul quale vale la pena formulare alcune considerazioni. Si potrebbe entrare nel vivo della questione dibattuta affermando che non solo il popolo libico non è stato affamato dal proprio governo (il quale in alcuni decenni ha trasformato il proprio paese da uno dei più poveri del mondo qual era – in cui allora veramente si moriva di fame – ad uno dei più ricchi e moderni del continente africano, facendo uscire milioni di persone da una condizione di denutrizione e morte per inedia permanente), ma lo stesso popolo in rivolta lamenta non già la fame, quanto la mancanza di libertà positiva. Si potrebbe aggiungere che in realtà non esiste un popolo libico in rivolta, come in maniera assillante si continua a ripetere, bensì una parte della popolazione (per lo più proveniente dalla regione Cirenaica) che è antigovernativa ed un’altra ampia fetta di popolazione (per lo più proveniente dalla regione Tripolitania, e anch’essa composta di uomini, donne, vecchi e bambini), schierata orgogliosamente in difesa del proprio governo. Si potrebbe affermare che lo sventolamento delle bandiere del vecchio Re Idris (Cfr. Antonio Ferrari: E se in Libia la via di uscita fosse un re?, “Corriere della Sera” 1.3.2011) da parte dei rivoltosi, costituisce uno fra gli esempi che attestano la base retrograda dei convincimenti ideologico-politici di una cospicua componente degli oppositori. Si potrebbe parlare delle centinaia di consulenti militari USA, inglesi, e francesi, con la compresenza dei rispettivi servizi segreti, entrati in Cirenaica per fornire sostegno alla rivolta (Cfr. US military advisers in Cyrenaica, Debkafile 25.2.2011 e SkyTg24 25.2.2011). E si potrebbe andare avanti così per ore, adducendo esempi su esempi, ma ciò non risolverebbe quella che appare, a mio modo di vedere, come la questione fondamentale, ovvero il caso di “dogmatismo storico” di cui, come dicevo, mi sembra vittima gran parte dell’intellighenzia moralista occidentale, la quale, per seguire le consuetudini del proprio tempo, ha preferito chiudere i conti con il marxismo e le sue categorie concettuali, salvo poi sostituirle con termini postmoderni più alla moda e, così facendo, smarrire il senso della realtà e delle sue interconnessioni dialettiche. Tra questi termini fuorvianti vi sono quelli di “dittatore” o di “tiranno”. Sono termini che confondono gli avvenimenti anziché chiarirli come pretenderebbero di fare, giacché presuppongono l’esistenza di un’unica persona capace di governare per un lungo periodo un territorio, in odio e in svantaggio a tutti i suoi abitanti: ciò da un punto di vista storico è impossibile. Gramsci nei Quaderni del Carcere compie tutta una serie di studi su come nessuna formazione dirigenziale possa esistere senza una dose di consenso dalla sua parte, e senza essere legata a determinate forze sociali. Anche Berlusconi sarebbe ben poca cosa senza il sostegno dell’imprenditoria italiana, e persino il re Carlo Magno esprimeva il potere dei gruppi feudali. Gramsci non parla mai in carcere di “tiranni” o “dittatori”, ma di “cesarismi” o “bonapartismi”. Questi, spiega, non scaturiscono da capricci individuali di questo o quell’altro dittatore, ma da particolari condizioni oggettive: «si può dire che il cesarismo o bonapartismo esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca»; in questi casi «la soluzione» viene «affidata ad una grande personalità» (Quaderni del carcere, ed critica, Einaudi 1975, p. 1194), a «uomini provvidenziali o carismatici» (p. 1603); si verifica pertanto in questi casi una forte «influenza dell’elemento militare nella vita statale»; e tuttavia, ci tiene a precisare Gramsci, ciò non significa soltanto «influenza e peso dell’elemento tecnico-militare, ma influenza e peso dello strato sociale da cui l’elemento tecnico-militare (specialmente gli ufficiali subalterni) trae specialmente origine» (p. 1608); il cesarismo d’altronde «non ha sempre lo stesso significato storico. Ci può essere un cesarismo progressivo e un cesarismo regressivo, e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico. È progressivo il cesarismo quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare, sia pure con certi compromessi limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva, anche in questo caso con certi compromessi e limitazioni, che però hanno un valore, una portata e un significato diversi che non nel caso precedente […] Si tratta di vedere se nella dialettica “rivoluzione-restaurazione” è l’elemento rivoluzione o quello restaurazione che prevale, poiché è certo che nel movimento storico non si torna mai indietro e non esistono restaurazioni “in toto”» (pp. 1194-1195).
Gramsci afferma in sostanza che vi sono tutta una serie di circostanze storiche nelle quali la scelta ricade oggettivamente non già tra una democrazia ed una dittatura, tra libertà e cesarismo, bensì tra un “cesarismo progressivo” ed un “cesarismo regressivo”. Tutto questo, in seguito alla damnatio memoriae del marxismo, la maggior parte degli intellettuali lo ignora completamente, preferendo barcamenarsi confusamente con gli schemi più semplici e folkloristici del “popolo buono” contro il “tiranno cattivo”. Ma basterebbe rifletterci un momento per comprendere come tale manicheismo non soltanto confonda le cose ma, essendo viziato ideologicamente, le confonde in favore di una parte storica ben determinata: chi ha rivestito nei media il ruolo di dittatore o di tiranno negli ultimi due decenni? A seconda della convenienza del momento, queste categorie sono state attribuite a Saddam Hussein, a Miloševic, ad Ahmadinejad, a Hugo Chavez, a Morales, ad Arafat, a Fidel Castro, a Hu Jintao, a Putin, a Hamas, ed ora a Gheddafi, in sostanza, crudeli tiranni e feroci dittatori diventano a mano a mano tutti quei capi di governi non allineati agli Stati Uniti o che guardano agli USA in maniera più o meno dichiaratamente ostile.
La cultura moralista che ha sostituito il materialismo storico e l’analisi dialettica con la teratologia e le narrazioni psicopatologiche, si rifiuta, o fa difficoltà a comprendere, quel che aveva invece ben compreso Gramsci: e cioè non soltanto che esistono dei “cesarismi progressivi”, ma che questi costituiscono spesso una necessità oggettiva la cui alternativa sarebbe un “cesarismo regressivo” con danni storici di durata epocale. Questa cultura, anziché restringere i propri orizzonti intellettivi, farebbe meglio a riprendere in mano tali categorie e ad applicarle anche alle vicende attuali; occorre domandarsi: posta “l’influenza dell’elemento militare sulla vita statale”, il regime di Gheddafi costituisce un esempio di “cesarismo progressivo” o di “cesarismo regressivo”? Vale a dire: le forze politiche e sociali che esso sostiene e a cui è legato sul piano nazionale e su quello internazionale sono forze progressive o forze regressive? Questo sarebbe il piano giusto sul quale bisognerebbe condurre le analisi: l’enfasi ribellistica indeterminata e le storielle sui tiranni psicopatici lasciamole ai bambini; fanno parte dell’armamentario retorico, dei nuovi Psychological Strategy Board, possono essere buone per fare politica, ma nove volte su dieci vengono giostrate dall’alto e non hanno nulla a che vedere con la verità effettuale. (da l’Ernesto: La Libia, Gramsci e il “dogmatismo storico”di Emiliano Alessandroni)

Perché “quelli di Bengasi” non possono essere i nostri interlocutori o alleati E’ ormai evidente come nel Consiglio Provvisorio di Bengasi sia preponderante una parte dell’ex apparato di potere del regime libico e che, come afferma sardonicamente il colonnello Hussein alla giornalista del Time…”hanno completato la rivoluzione iniziata dai giovani”. I giovani o quelli ispirati a oneste istanze di democratizzazione e autodeterminazione del popolo libico, sono stati immediatamente emarginati e ridotti al silenzio, esattamente come le voci o i cartelloni a Bengasi che si dicevano contrari all’intervento straniero in Libia per regolare i conti con Gheddafi. Al contrario, il settore ormai prevalente nel Consiglio Provvisorio non vuole una rivoluzione, vuole solo sostituire il potere di Gheddafi con il proprio ed ha trovato nelle potenze europee e negli Stati Uniti, ma anche in certi correnti di consenso “democratico” in occidente, la leva giusta per scalzare dal potere Gheddafi, sostituirlo e dare vita ad una nuova spartizione della ricchezza derivante dal gas e dal petrolio della Libia. Per fare questo hanno approfittato della congiuntura favorevole derivata dalle rivolte popolari in Tunisia ed Egitto (queste sì possiamo ritenerle tali), hanno mandato avanti i giovani, hanno tentato un colpo di stato e di fronte al suo fallimento hanno scatenato una guerra civile, forti del fatto che quest’ultima aveva maggiore possibilità di “internazionalizzare” la crisi interna libica e favorire l’intervento di agenti esterni. Le bombe della Francia e della Gran Bretagna, i missili statunitensi che stanno piovendo sulla Libia confermano che questo è lo scenario possibile. Se tolgono di mezzo Gheddafi il cerchio si chiude e lo “scenario A” può realizzarsi. Se Gheddafi resiste è pronto lo “scenario B”, quello secessionista, che porterebbe la Cirenaica (dove ci sono la maggioranza dei pozzi petroliferi e del gas) nelle mani della camarilla che controlla il Consiglio Provvisorio di Bengasi e gli consentirebbe di trattare direttamente le multinazionali petrolifere di una Francia affamata di petrolio e gas a fronte della crisi del nucleare, di quelle di una Gran Bretagna danneggiate dall’incidente nel Golfo del Messico (la BP), di quelle statunitensi alla ricerca di un petrolio meno caro da estrarre come quello libico rispetto ad altri giacimenti petroliferi costosi come sono le piattaforme in mezzo al mare. Il terzo scenario – la cosiddetta “Somalizzazione” – per ora viene esorcizzato da tutte le componenti, ma non possiamo negare che le vecchie potenze coloniali cominciano ormai ad agire come apprendisti stregoni seminando in giro più sangue e destabilizzazione che stabilità (vedi Afghanistan, Iraq, Corno d’Africa, Medio Oriente). (tratto dal documento delle rete dei comunisti)

In questi due video una dimostrazione di come i media stiano falsificando la realtà libica per giustificare l’intervendo imperialista: il primo è tratto dalla tv russa dove i militari russi negano che ci siano stati bombardamenti da parte delle truppe di Gheddafi sulle manifestazioni. Il secondo video mostra invece come i soldati libici sono stati uccisi dai rivoltosi, mentre le stesse immagini sono arrivate in Italia facendo passare i morti per rivoltosi e gli assassini per soldati libici, capovolta la realtà, il dubbio a questo punto deve venir da solo. Questo si aggiunge alle finte fosse comuni che ricordano tanto il Kosovo e Timisoara.

Le potenze imperialiste e la Libia:

Gli Stati Uniti e la NATO stanno sostenendo un’insurrezione armata in Libia orientale, al fine di giustificare un “intervento umanitario“. Questo non è un movimento di protesta non violento, come in Egitto e Tunisia. Le condizioni in Libia sono fondamentalmente diverse. L’insurrezione armata, in Libia orientale è direttamente supportata da potenze straniere. Gli insorti a Bengasi hanno subito issato la bandiera rossa, nera e verde con la mezzaluna e la stella: la bandiera della monarchia di re Idris, che simboleggiava il dominio delle ex potenze coloniali2.
I consiglieri militari e le forze speciali USA e NATO sono già sul terreno. L’operazione è stata pianificata per farla coincidere con il movimento di protesta nei paesi arabi vicini. L’opinione pubblica è stata indotta a credere che il movimento di protesta si sia diffuso spontaneamente dalla Tunisia e dall’Egitto verso la Libia. L’amministrazione Obama, in consultazione con i suoi alleati, supporta una ribellione armata, cioè un tentativo di colpo di Stato: “L’amministrazione Obama è pronta ad offrire qualsiasi tipo di assistenza a cittadini libici che cercano di cacciare Muammar Gheddafi”, ha detto la segretaria di Stato Hillary Clinton il 27 Febbraio. “Abbiamo raggiunto diversi libici che stanno tentando di organizzarsi in Oriente mentre la rivoluzione si sposta verso ovest […] Penso che sia troppo presto per dire come andrà a finire, ma abbiamo intenzione di essere pronti e preparati ad offrire qualsiasi tipo di assistenza a chiunque la voglia dagli Stati Uniti”. Attualmente si sta formando un governo provvisorio nella parte orientale del paese, dove la ribellione è iniziata a metà febbraio.
Gli Stati Uniti, ha detto la Clinton, stanno per minacciare ulteriori misure contro il governo di Gheddafi, ma non ha detto dove o quando potrebbero essere annunciate. Gli USA dovrebbero “riconoscere un governo provvisorio, che stanno cercando di impostare…” [McCain].
Lieberman ha parlato in termini analoghi, sollecitando “un appoggio tangibile, una no-fly zone, il riconoscimento del governo rivoluzionario, del governo dei cittadini, da sostenere sia con l’assistenza umanitaria, sia – come io vorrei – fornendo loro le armi”3. Il vero obiettivo dell’“Operazione Libia” non è quello di stabilire la democrazia, ma di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, privatizzare l’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere della Libia in mani straniere. La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del mondo5.
La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti. L’invasione pianificata della Libia è già in corso nell’ambito della più ampia “battaglia per il petrolio”. Quasi l’80% delle riserve di petrolio della Libia si trova nel bacino del Golfo della Sirte, nella Libia orientale.
Le ipotesi strategiche dietro l’“Operazione Libia” ricordano i precedenti impegni militari USA-NATO in Jugoslavia e in Iraq.
In Jugoslavia, le forze USA-NATO innescarono una guerra civile. L’obiettivo era quello di creare divisioni politiche ed etniche, che alla fine hanno portato alla dissoluzione di un intero paese. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso il finanziamento occulto e la formazione di eserciti armati paramilitari, prima in Bosnia (l’esercito bosniaco musulmano, 1991-95) e poi in Kosovo (Kosovo Liberation Army: UCK, 1998-1999). Sia in Kosovo che in Bosnia la disinformazione dei media (comprese menzogne e invenzioni) è stata utilizzata a sostegno delle affermazioni di Stati Uniti ed Unione Europea, secondo cui il governo di Belgrado avrebbe commesso atrocità, ragion per cui era giustificato un intervento militare per motivi umanitari.Le forze speciali statunitensi e alleate sono sul terreno, in Libia orientale, fornendo sostegno segreto ai ribelli. Ciò è stato riconosciuto quando dei commando inglesi delle forze speciali (SAS) sono stati arrestati nella regione di Bengasi. Agivano come consiglieri militari delle forze di opposizione: “La missione segreta di otto commando delle forze speciali britanniche per mettere dei diplomatici britannici in contatto con i capi dell’opposizione al Colonnello Muammar Gheddafi in Libia si è conclusa con un’umiliazione, dopo che sono stati detenuti dalle forze ribelli nella parte orientale della Libia, scrive oggi il Sunday Times. Gli uomini, armati, ma in abiti civili, hanno sostenuto che erano lì per vedere se gli oppositori avessero bisogno di aiuto, e per offrirlo loro”8.
Le forze SAS sono state arrestate mentre scortavano una “rappresentanza diplomatica” britannica, che era entrata illegalmente nel paese (senza dubbio da una nave da guerra britannica) per discussioni con i leader della ribellione. Il Foreign Office britannico ha riconosciuto che “una piccola squadra di diplomatici britannici era stata inviata nella Libia orientale per avviare contatti con l’opposizione in rivolta”9.
Ironia della sorte, non solo i rapporti confermano l’intervento militare occidentale (tra cui vi sono alcune centinaia di forze speciali), ma riconoscono anche che i ribelli erano fermamente contrari alla presenza illegale di truppe straniere sul suolo libico: “L’intervento delle SAS ha fatto arrabbiare degli esponenti dell’opposizione libica, che hanno ordinato ai soldati di rinchiuderli in una base militare. Gli oppositori di Gheddafi temono che egli possa usare le prove dell’interferenza militare occidentale per avere il sostegno patriottico al suo regime”10.
Il “diplomatico” britannico catturato insieme con sette soldati delle forze speciali, era un membro dell’intelligence inglese, un agente dell’MI6 in “missione segreta”11.
Come confermano le dichiarazioni della NATO e degli Stati Uniti, sono state fornite armi alle forze di opposizione. Ci sono indicazioni, anche se finora nessuna prova evidente, che sono state consegnate armi agli insorti prima del furioso assalto dei ribelli. Con ogni probabilità, i consiglieri militari e dell’intelligence USA-NATO erano presenti sul terreno anche prima dell’insurrezione. Questo è stato il modello applicato in Kosovo: le forze speciali sostennero e addestrarono l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) nei mesi precedenti la campagna di bombardamenti e l’invasione della Jugoslavia del 1999.Il movimento di opposizione è fortemente diviso sulla questione di un intervento straniero. La divisione è tra il movimento popolare, da un lato, e i “leader” della insurrezione armata supportati dagli Stati Uniti, che sono favorevoli a un intervento militare straniero su “basi umanitarie“. La maggioranza della popolazione libica, sia i sostenitori che gli oppositori del regime, sono fermamente contrari a qualsiasi forma di intervento esterno.

Le implicazioni geopolitiche ed economiche di un intervento militare USA-NATO contro la Libia sono di vasta portata. La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti.
L’“Operazione Libia” fa parte della più ampia agenda militare in Medio Oriente e Asia centrale, che consiste nel mettere sotto il controllo e la proprietà delle corporation oltre il sessanta per cento delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale, compresi gli oleodotti e gasdotti. “I paesi musulmani tra cui Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Yemen, Libia, Egitto, Nigeria, Algeria, Kazakhstan, Azerbaijan, Malaysia, Indonesia, Brunei, possiedono tra il 66,2 e 75,9% delle riserve petrolifere totali, a seconda della fonte e della metodologia della stima”18.
Con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate (10 volte quelle dell’Egitto), la Libia è la più grande economia petrolifera del continente africano, seguita da Nigeria e Algeria, mentre le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine dei 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration19.

Il petrolio è il “trofeo” delle guerre USA-NATO
Un’invasione della Libia servirebbe gli interessi delle imprese stesse, come l’invasione e l’occupazione dell’Iraq del 2003. L’obiettivo di fondo è quello di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, privatizzare l’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere della Libia in mani straniere. La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del mondo20.
L’invasione pianificata della Libia che è d’altronde già in corso, è parte della più ampia “battaglia per il petrolio”. Quasi l’80% delle riserve di petrolio della Libia si trovano nel bacino del Golfo dalla Sirte, nella Libia orientale. La Libia è una leva dell’economia: “La guerra fa bene agli affari“. Il petrolio è il trofeo delle guerre USA-NATO.
Wall Street, i giganti petroliferi anglo-statunitensi, i produttori di armi USA-UE, sarebbero i beneficiari occulti di una campagna militare condotta da USA e NATO contro la Libia. Il petrolio libico è una manna per i giganti petroliferi anglo-statunitensi. Mentre il valore di mercato del petrolio greggio è attualmente ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il costo del petrolio libico è estremamente basso, un dollaro al barile (secondo una stima). Un esperto del mercato petrolifero ha commentato, un po’ cripticamente: “A 110 dollari sul mercato mondiale, la semplice matematica dà alla Libia un margine di profitto di 109 dollari”21.

Gli interessi petroliferi stranieri in Libia
Le compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia erano la francese Total, l’italiana ENI, la China National Petroleum Corp. (CNPC), la British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo REPSOL, ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips.
Va osservato che la Cina gioca un ruolo centrale nel settore petrolifero libico. La CNPC impiegava in Libia, prima del loro rimpatrio, 30.000 lavoratori cinesi. La British Petroleum (BP), invece, aveva 40 dipendenti britannici che sono stati rimpatriati. L’11% delle esportazioni di petrolio libico viene incanalato verso la Cina. Non ci sono dati sulla dimensione e l’importanza della produzione e delle attività di esplorazione della CNPC, ma vi sono elementi che indicano la loro rilevanza. Più in generale, la presenza della Cina nel Nord Africa è considerata da Washington un’intrusione. Dal punto di vista geopolitico, quella della Cina è un’usurpazione. La campagna militare contro la Libia è tesa ad escludere la Cina dal Nord Africa.
Altrettanto importante è il ruolo dell’Italia. L’ENI, il consorzio petrolifero italiano, estrae 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano quasi il 25% delle esportazioni totali della Libia22.
Tra le aziende statunitensi in Libia, Chevron e Occidental Petroleum (Oxy) hanno deciso, appena 6 mesi fa (ottobre 2010), di non rinnovare le loro licenze di esplorazione di petrolio e gas in Libia23. Al contrario, nel novembre del 2010, la compagnia petrolifera della Germania, RW DIA E aveva firmato un accordo pluriennale di vasta portata con la libica National Oil Corporation (NOC), che implicava la condivisione delle esplorazioni e della produzione24.
La posta finanziaria in gioco e il “bottino di guerra”, sono estremamente alti. L’operazione militare intende smantellare le istituzioni finanziarie della Libia, nonché confiscare i miliardi di dollari di attività finanziarie libiche depositati nelle banche occidentali.
Va sottolineato che le capacità militari della Libia, compreso il sistema di difesa aerea, sono deboli.

Un nuovo Kosovo?(Diana Johnstone, da L’Ernesto)
Somiglianze inquietanti tra la “guerra umanitaria” per il Kosovo e l’attuale situazione libica: martellante campagna di menzogne mediatiche, demonizzazione del leader, ricorso al Tribunale Penale Internazionale, strumentalizzazione dei profughi, rifiuto dei negoziati…
Meno di 12 anni dopo che la NATO ha bombardato una Jugoslavia a pezzi e distaccato la provincia del Kosovo dalla Serbia, ci sono segni che l’alleanza militare si prepara ad un’altra piccola vittoriosa “guerra umanitaria”, questa volta contro la Libia. Le differenze sono, ovviamente, enormi. Ma diamo un’occhiata ad alcune somiglianze inquietanti.

Un leader demonizzato
Come “nuovo Hitler”, l’uomo che amate odiare e avete necessità di distruggere, Slobodan Milosevic, era un neofita nel 1999 rispetto a Muammar Gheddafi oggi. I media ebbero meno di un decennio per trasformare Milosevic in un mostro, mentre con Gheddafi, hanno avuto diversi decenni. E Gheddafi è più esotico, parla poco l’inglese e compare davanti al pubblico in abiti che potrebbero essere stati creati da John Galliano (recentemente smascherato come un altro mostro). Questo aspetto esotico suscita derisione e disprezzo verso le culture native su cui l’Occidente ha ottenuto le sue vittorie, con cui ha colonizzato l’Africa, con cui il Palazzo d’Estate a Pechino è stato devastato dai soldati occidentali, che combattevano per rendere il mondo sicuro per la dipendenza da oppio.

Il coro del “dobbiamo fare qualcosa”
Come con il Kosovo, la crisi in Libia è vista dai falchi come un’opportunità per affermare la propria potenza. L’ineffabile John Yoo, il consulente legale che ha allenato l’amministrazione Bush II sui benefici della tortura dei prigionieri, ha usato il Wall Street Journal per consigliare l’amministrazione Obama ad ignorare la Carta dell’ONU e a saltare nella mischia libica. “Mettendo da parte le regole arcaiche delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti possono salvare vite umane, migliorare il benessere generale e al tempo stesso servire i propri interessi nazionali”, ha dichiarato J. Yoo. E un altro teorico dell’imperialismo umanitario, Geoffrey Robertson, ha detto a The Independent che, nonostante le apparenze, violare il diritto internazionale è legale.

Lo spettro dei “crimini contro l’umanità” e del “genocidio” è invocato per giustificare la guerra.
Come con il Kosovo, un conflitto interno tra governo e ribelli armati è presentato come una “crisi umanitaria” in cui solo una parte, il governo, viene considerata “criminale”. Questa criminalizzazione a priori è espressa, facendo appello a un organo giudiziario internazionale per indagare su presunti crimini che avrebbe commesso o starebbe sul punto di commettere. Nel suo editoriale, Geoffrey Robertson chiarisce cristallinamente come il Tribunale penale internazionale sia utilizzata per preparare il terreno a un possibile intervento militare. Ha spiegato come il TPI possa essere utilizzata dall’Occidente per aggirare il rischio di un veto da parte del Consiglio di Sicurezza sull’azione militare. “Nel caso della Libia, il Consiglio ha almeno un precedente importante, approvando all’unanimità un riferimento al Tribunale penale internazionale. […] Allora, che cosa succede se gli accusati libici non-arrestati aggravano i loro crimini – ad esempio con l’impiccagione o la fucilazione a sangue freddo di loro avversari, potenziali testimoni, civili, giornalisti e prigionieri di guerra?” [Notare che finora non ci sono “imputati” né vi è evidenza alcuna di “crimini” che questi supposti imputati potrebbero “aggravare” in diversi modi immaginari. Ma Robertson è desideroso di trovare un modo affinché la NATO “accetti la sfida”, se il Consiglio di Sicurezza decidesse di non fare nulla]. “Le imperfezioni del Consiglio di sicurezza richiedono il riconoscimento ad una alleanza come la NATO di un diritto limitato, senza mandato, ad usare la forza per prevenire la commissione di crimini contro l’umanità. Tale diritto sorge quando il Consiglio ha individuato una situazione come minaccia alla pace nel mondo (e quindi individua la Libia, deferendola, all’unanimità, al procuratore del Tribunale penale internazionale)”.
Quindi, deferire un paese davanti a un procuratore del TPI può essere un pretesto per fare la guerra contro questo paese! Per inciso, la giurisdizione del Tribunale penale internazionale è destinata ad applicarsi a stati che hanno ratificato il trattato che la istituisce, il che, a mio avviso, non è il caso della Libia – o degli Stati Uniti Stati. Una grande differenza, tuttavia, è che gli Stati Uniti sono stati in grado di convincere, intimidire o corrompere molti degli Stati firmatari ad accettare degli accordi nei quali mai, in nessuna circostanza, si deferiscono per un qualsiasi reato degli statunitensi davanti al Tribunale penale internazionale. È un privilegio negato a Gheddafi.
Robertson, membro del consiglio di giustizia delle Nazioni Unite, conclude che: «il dovere di fermare un massacro di innocenti, come meglio possiamo fare, se chiedono il nostro aiuto, ha “cristallizzato” il fatto che per la NATO utilizzare la forza non è solo “legittimo”, ma “legale”».

Il rifiuto dei negoziati
Nel 1999, gli Stati Uniti erano disposti ad utilizzare la crisi in Kosovo per dare al nuovo ruolo “fuori area” della NATO il battesimo del fuoco. La farsa dei colloqui di pace di Rambouillet fu affondata dal segretario di Stato USA Madeleine Albright, che mise da parte i dirigenti albanesi del Kosovo più moderati a favore di Hashim Thaci, il giovane leader dell’”Esercito di Liberazione Kosovo” [UCK], una rete notoriamente legata ad attività criminali. C’era un po’ di tutto tra i ribelli albanesi del Kosovo, ma come spesso accade, gli Stati Uniti arrivarono e scelsero il peggio.
In Libia, la situazione potrebbe essere peggiore.
La mia impressione, anche in seguito alla mia visita a Tripoli quattro anni fa, è che nella ribellione attuale vi sia una ben maggiore varietà di componenti, con gravi potenziali contraddizioni interne. A differenza dell’Egitto, la Libia non è uno stato molto popoloso, con migliaia di anni di storia alle spalle, un forte senso dell’identità nazionale e una cultura politica consolidata. Mezzo secolo fa, era uno dei paesi più poveri del mondo, e non è ancora completamente uscita dalla struttura clanica. Gheddafi, con i suoi modi di fare eccentrici, è stato un fattore di modernizzazione, utilizzando i proventi del petrolio per elevare il tenore di vita a un livello tra i più alti del continente africano. L’opposizione viene, paradossalmente, sia da tradizionalisti islamici reazionari da un lato, che lo considerano un eretico per le sue vedute relativamente progressiste, sia, dall’altro, dai beneficiari della modernizzazione occidentalizzati, che sono ostacolati dall’immagine di Gheddafi e desiderano ancora più modernizzazione. E ci sono altre tensioni che possono portare alla guerra civile e, addirittura, alla frattura del paese lungo linee geografiche. Fino ad ora, i cani della guerra stanno annusando qua e là, per ottenere maggiore spargimento di sangue di quello che si è attualmente verificato. Gli Stati Uniti hanno portato all’escalation il conflitto in Kosovo, al fine di “dover intervenire”, ed è ciò che potrebbe accadere oggi con la Libia, dove è ancor più grande l’ignoranza dell’Occidente su ciò che essi starebbero facendo.
La proposta di Chavez di una mediazione neutrale per evitare il disastro, è la via della saggezza. Ma in NATOland la nozione stessa di risoluzione dei problemi attraverso la mediazione pacifica, piuttosto che con la forza, sembra essersi volatilizzata.

Un conflitto per il petrolio: (di Valentino Parlato su Il Manifesto)

E così, annunciata ma inattesa, la vera guerra in Libia è cominciata. Ricordiamo le premesse. Francesi, inglesi e americani avevano detto che sarebbero intervenuti contro le truppe di Gheddafi e non avrebbero dato alcun rilievo al cessate il fuoco del colonnello. Quindi guerra. Nella situazione data è difficile pensare a una forte resistenza, anche se ci sarà e avrà le sue vittime. Il governo di Gheddafi non era certamente il migliore dei governi possibili, tuttavia poteva vantare un’indipendenza della Libia, antica colonia, prima ottomana e poi italiana. La fortuna-disgrazia della Libia è avere il petrolio, che – anche per i disastri giapponesi – diventa sempre più vitale per l’economia mondiale. Morale: il petrolio non può essere lasciato in mano a un soggetto come Gheddafi. Gli anglo-francesi, con il sostegno americano, sono intervenuti contro questa aporia. Ma in questo difficile contesto come sta messo il nostro paese, cioè l’Italia, che nonostante i trascorsi coloniali aveva realizzato un ottimo rapporto con la Libia gheddafiana? Come andrà a finire l’Eni quando la guerra di Francia, Gran Bretagna e Usa sarà conclusa? Troppi sono gli interrogativi ai quali è difficile rispondere, ma viene il dubbio che siamo a una rinascita del famoso imperialismo: Francia e Gran Bretagna, con alle spalle gli Usa sono, pur nella recente globalizzazione, le potenze imperiali, per le quali di fronte ai guai del nucleare il petrolio diventa il prodotto massimamente imperiale. La Libia di Gheddafi era stata una irregolarità da sopportare, ma non da accettare. Ora questa irregolarità non è più accettabile. La ribellione, motivata, di buona parte della popolazione libica diventa un’ottima occasione per chiudere la parentesi gheddafiana e il petrolio dato a quelli che promettono la costruzione di una lunghissima autostrada, erede della via Balbia, che avrebbe dovuto sostanziare l’unità di un paese con molte diversità. Non sappiamo come si regolerà tra i potenti la sconfitta di Gheddafi, ma una cosa almeno per noi italiani sembra certa: dopo cento anni dalla conquista della Libia (Giolitti presidente del consiglio) l’Eni rischia di essere messo fuori o, almeno, di non godere più degli attuali privilegi. Siamo al punto nel quale forse dovremo rimpiangere Gheddafi.

L’Italietta di Berlusconi e D’Alema va alla guerra imperialista per il petrolio di Europa e Usa. Dichiarazione di Marco Rizzo (Comunisti-Sinistra Popolare): L’Italietta di Berlusconi e D’Alema che va alla guerra imperialista di Europa e Usa per il petrolio , assomiglia a quella contradditoria e vigliacca di Badoglio e “Sciaboletta”. Altro che ‘sovranità nazionale’: si passa dalle buffonate con Gheddafi di pochi giorni fa all’atteggiamento supino verso l’imperialismo europeo e americano che lascerà in mutande l’Italia, mentre la finta opposizione del PD oltrepassa la soglia dello schifo nell’appoggiare la guerra e la disinformazione facendo peggio del governo. Nessuno, anche a sinistra, ricorda inoltre che due giorni fa l’Arabia Saudita ha invaso il Bahrein senza che nessuno fiatasse. Mentre i missili e le bombe dei “volenterosi” sterminano per davvero il popolo libico, il nostro disprezzo va all’abiura di ogni professionalità del mondo della comunicazione di massa che, tranne rarissime eccezioni , si presta a queste menzogne di morte.

Comunicato stampa del Partito Comunista di Grecia – KKE

-Per l’aggressione da gangsters degli imperialisti in Libia
-Il popolo libico non ha bisogno di lupi per essere sorvegliato

Il KKE denuncia l’intervento militare in Libia, scatenato dall’ imperialismo internazionale con la partecipazione anche della Grecia , che vede in prima linea i macellai Franco-Britannici con l’appoggio degli USA. Questa è l’Unione Europea della “democrazia e della libertà”, questo è il “mondo libero”! Costituisce una vergognosa ipocrisia il pretesto degli imperialisti –compreso anche il G.Papandreou- a presentare il loro interesse come “umanitario” visto che loro stessi apertamente o segretamente collaborano e si rapportano con i governi autoritari, antipopolari in Africa, in Medio Oriente ed altrove. Non hanno nessuna legittimazione. Il loro interesse riguarda i petroli e il gas naturale della Libia e non il suo popolo che vogliono sfruttare, sostenendo ora l’opposizione invece del Ghedaffi , fino ad ieri sostenuto da tutti. Insieme con loro anche il G.Papandreou (primo ministro greco,ndT.) Il popolo della Libia è l’unico responsabile nella risoluzione degli enormi problemi che ha di fronte. Non ha bisogno di lupi per essere sorvegliato. Il popolo greco ha il dovere di essere solidale con il popolo della Libia. Coloro che aggrediscono la Libia sono gli stessi che caricano i lavoratori con i pesi della crisi capitalista, sono gli stessi che lo sfruttano attraverso i memorandum (del FMI, della BCE ecc. ndT), con le privatizzazioni, con l’abolizione dei contratti collettivi di lavoro,con i salari da fame.
Chiudere immediatamente le basi americane e della NATO a Souda e ad Aktio.
Ritirare gli aerei e le navi greche da guerra dalla Libia.
Nel frattempo le organizzazioni del KKE e della KNE (Gioventù Comunista di Grecia) in Attica, si mobilitano per Domenica 20 marzo 2011 alle ore18.00 nella centrale piazza Syntagma, per una imponente manifestazione antimperialista con corteo presso la sede dell’ Unione Europea e dell’ambasciata USA. g.a

No all’intervento militare contro la Libia… ma né Gheddafi né Bengasi!! (rete dei comunisti) Vogliamo dirlo chiaro e tondo. Non abbiamo motivo di particolare simpatia per Gheddafi. Ha avuto un suo passato anticolonialista, ha subìto i bombardamenti USA nel 1981 e nel 1986 e gli attacchi militari francesi per le sue iniziative antiegemoniche e anticolonialiste contro gli Stati Uniti e la Francia, ma ha fatto anche volontariamente tutte le scelte che lo hanno riportato nella trappola dell’occidente. Ha firmato trattati bilaterali vergognosi con l’Italia e l’Unione Europea ed ha riportato gli interessi del proprio popolo e dell’economia della Libia dentro gli interessi strategici dei vari competitori imperialisti. Sulla sua sorte possiamo solo augurargli di non finire come Ben Alì e Mubarak fuggiti all’estero e di resistere o morire con dignità nel proprio paese. Ma vogliamo dire anche chiaro e tondo che nessuno venga a proporre di sostenere o riconoscere “quelli di Bengasi”. Per moltissimi aspetti sono peggiori di Gheddafi. Non sono affatto “il popolo libico in rivolta”, sono solo un gruppo di potere in lotta contro il vecchio apparato di potere. Il popolo libico, messo alle strette dalla realtà è stato costretto a schierarsi una parte con Gheddafi e una parte con quelli di Bengasi. Le sue legittime aspirazioni alla democratizzazione e alla redistribuzione della ricchezza derivante dalle risorse del paese, al momento non trovano spazio nella polarizzazione seguita alla guerra civile né, tantomeno, nelle priorità degli interessi strategici delle potenze occidentali impegnate nell’intervento militare in Libia. Per questo abbiamo affermato che quella in Libia non era una rivolta popolare, come avvenuto in Tunisia e in Egitto, ma era una guerra civile via resa sempre più funzionale agli interessi strategici delle multinazionali europee e statunitensi. Interessi che possono coincidere o divaricarsi rapidamente dentro il Grande Gioco della competizione globale sulle risorse energetiche oggi in una fase resa acutissima dalla crisi internazionale.

W la resistenza Libica (rete dei comunisti)Nessuna complicità con l’intervento militare contro la Libia. Con i bombardamenti occidentali in Libia diventa chiaro che la posta in gioco in Libia non sono affatto i diritti del popolo libico quanto gli abbondanti giacimenti e rifornimenti di petrolio e di gas. Un obiettivo questo ritenuto strategico di fronte all’acutizzazione della crisi economica internazionale e dalla inevitabile escalation dei prezzi energetici nei prossimi giorni. Di fronte agli aerei e alle navi militari che stanno  bombardando  la Libia per “proteggere i civili”, non ci si può che indignare ricordando come niente di tutto questo fu messo in campo mentre le forze armate israeliane bombardavano senza pietà la popolazione palestinese rinchiusa nella gabbia di Gaza tra il 2008 e il 2009 (1.400 i morti, la metà civili inermi, quasi il quadruplo delle vittime di queste settimane in Libia). Due pesi e due misure? No, complicità con i crimini di guerra e interessi strategici su gas e petrolio che prevalgono sistematicamente su ogni diritto umano e dei popoli. L’intervento militare delle potenze della NATO in Libia – le cui avvisaglieerano già state anticipate dall’utilizzo sul terreno di guerra di commandos e consiglieri militari occidentali – suona inoltre come monito e minaccia anche contro i movimenti popolari in Tunisia, Egitto, Algeria, i quali hanno avviato processi di cambiamento importanti ma i cui esiti rappresentano ancora una incognita per gli interessi delle multinazionali statunitensi ed europee e per gli interessi geopolitici delle varie potenze. Il futuro della Libia potrà anche fare a meno della leadership di Gheddafi e del suo inconseguente “anticolonialismo”, ma è del tutto inaccettabile che questo futuro venga ipotecato dagli interessi materiali e strategici degli Stati Uniti e dell’Unione Europea sulle risorse energetiche del paese e non dalla decisione della popolazione e dalle aspirazioni democratiche. Affermiamo fin ora che non intendiamo essere in alcun modo complici dell’aggressione militare degli USA, delle potenze europee o dell’ONU contro la Libia. Appoggiamo senza se e senza ma qualsiasi azione di resistenza e di indipendenza del popolo libico contro l’aggressione colonialista occidentale. Le recenti esperienze in Jugoslavia e Kosovo ci dovrebbero aver insegnato cosa muove gli interessi occidentali. Le potenze imperialiste appoggiano solo i movimenti che garantiscono i loro interessi economici e strategici. Ciò implica una netta differenza tra gli insorti tunisini, yemeniti o i palestinesi stessi e gli insorti di Bengasi che oggi in territorio libico sventolano le bandiere delle potenze occidentali. Chiamiamo il movimento studentesco alla mobilitazione contro la guerra per una resistenza antimperialista. A fianco degli eredi di Omar Al Mukhtar…fino alla vittoria.

Costruire una grande manifestazione a Napoli contro la guerra imperialista: (appello del nostro gruppo facebook)Ricordando la grande manifestazione anti-bush di oramai parecchi anni fa, e di fronte all’assordante “pensiero unico” di accettazione dell’ennesima guerra imperialista fatta passare dalle istituzioni borghesi, dei partiti politici parlamentari e dall’apparato di comunicazione di massa asservito agli interessi del capitale, come una “missione umanitaria” giusta, riteniamo necessaria una nuova grande manifestazione unitaria dell’Italia Rossa, anticapitalista, antiimperialista e pacifista, da tenere a Napoli sede del quartier generale della missione denominata “Odissea nell’Alba”. La guerra in Libia segue il classico copione delle precedenti missioni, dalla fosse comuni in Kosovo fino all’afghanistan passando per le armi chimiche di Saddam Hussein mai trovate in Iraq, tutti pretesti per occupare tali territori, espandere i popoli sotto controllo, appropriarsi di nuove risorse energetiche e nuovi profitti per le multinazionali. Ci chiediamo del perché ad esempio, le bombe dei “volenterosi” non siano mai cadute in testa di Israele che in barba alle varie risoluzioni Onu bombarda quotidianamente la Palestina con l’utilizzo (qua si!) di armi chimiche, ci chiediamo del perché gli Usa possono tranquillamente non rispettare le numerose risoluzioni dell’Onu di condanna al blocco economico imposto a Cuba, ci chiediamo anche come possono stati come l’Arabia Saudita e il Qatar reprimere le rivolte nel Bahrein e contemporaneamente bombardare la Libia in nome dei diritti civili. A noi sembra chiaro non solo l’immoralità degli Stati(che nella loro storia si sono macchiati di milioni di morti e di sostegno a vari dittatori sanguinari) e dei loro eserciti protagonisti dei bombardamenti in Libia stato sovrano ed indipendente, ma anche il chiaro carattere imperialista di questa guerra. Il loro interesse è solo quello del petrolio e delle altre risorse naturali obiettivo questo strategico di fronte all’aggravarsi della crisi economica internazionale e dell’escalation dei prezzi energetici e creare un nuovo stato fantoccio nell’area espropriandoli della loro sovranità, delle loro ricchezze ed occupandolo economicamente e militarmente creando un avamposto che possa costituire una minaccia costante nei confronti dei paesi non allineati. Il ruolo al dir poco ridicolo (se non fosse per la sua tragicità!) dell’Italia mai in grado di prendere una vera posizione sull’intera vicenda, in ultimo con la sottomissione ai voleri degli anglo-americani e dei Francesi, concedendo le basi militari ed infine partecipando anche attivamente ai bombardamenti, mette in risalto la totale subalternità del nostro paese, privo di una “sovranità nazionale”. Non solo quindi contrari alla guerra imperialista, ma vogliamo esser padroni del nostro paese (che per noi vuol dire sovranità ed indipendenza) un Italia cioè fuori dalla Nato e senza presenza di occupazione estere delle basi anglo-americane, che utilizzano il nostro suolo come appoggio per i loro crimini. “La natura e gli obiettivi della politica degli USA e della NATO sono oggi chiari: dominio delle risorse naturali ed energetiche, controllo delle tecnologie, espansione dei mercati, dominio militare e geo-strategico. Ossia, una risposta di forza all’indebolimento della posizione degli USA sul piano internazionale. La retorica del “multilateralismo” e del “dialogo” è smascherata dalla politica bellicista e interventista degli USA, dell’Unione Europea e della NATO, dall’offensiva imperialista in corso e dal rischio reale di nuovi conflitti militari dal Medio Oriente e l’Asia Centrale all’America Latina. Nonostante gli antagonismi tra USA e Unione Europea, entrambi convergono nell’offensiva contro i diritti sociali e nazionali dei popoli.La guerra e l’aggressione sono l’altra faccia della globalizzazione economica imperialista e la NATO rappresenta un elemento centrale della sua strategia di dominazione egemonica e di persecuzione delle forze e dei paesi che vi si oppongono. La NATO svolge un ruolo centrale nella militarizzazione delle relazioni internazionali e nella corsa agli armamenti, rappresentando il principale motore dei conflitti e della tensione che segnano il momento attuale. Alludendo a “nuove minacce globali” – concetto che ha sostituito il vecchio pretesto del “pericolo comunista” -, la NATO impone una scalata bellica e degli armamenti di grandi dimensioni – di cui la guerra in Afghanistan è un elemento centrale.” ( Tratto dalla risoluzione di 13 partiti comunisti al vertice Nato di Lisbona)Contro le guerre imperialiste e del capitale, per la sovranità e l’autodeterminazione della Libia.Di fronte all’azione di guerra condotta contro la Libia, il nostro sostegno va alla resistenza di tale popolo per la salvaguardia dell’autodeterminazione e sosteniamo la proposta di mediazione di Hugo Chavez e dei paesi dell’Alba, una mediazione terza che ponga senza intervento militare estero fine alla guerra civile tra la Cirenaica e la Tripolitania conservando l’integrità della Libia, umana, economica e naturale. Stop all’attacco militare della Nato, mediazione terza dei paesi dell’Alba e sovranità nazionale con l’uscita dalla Nato. Chiediamo quindi a tutte le organizzazioni politiche, sindacali e di movimento di costruire una mobilitazione generale con manifestazione a Napoli, serve coesione e coordinazione per dare vita ad una forte risposta unitaria all’ennesima guerra imperialista.

La posizione comunista: No alla guerra imperialista per la sovranità e l’indipendenza della Libia. Si alla mediazione di Chavez e dell’Alba, per la risoluzione pacifica della guerra civile in Libia… ed infine Fuori dalla Nato e Yankee go home!ultima modifica: 2011-03-21T17:31:00+01:00da dalai87
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