Nazioni prigioniere

Quasi 35 anni fa, in un raro momento di verità, il presidente Gerald Ford, partecipando a un dibattito elettorale televisivo con il futuro presidente Jimmy Carter, ha negato che i paesi socialisti dell’Europa orientale fossero “nazioni prigioniere” sotto la dominazione sovietica. Ford, non noto per il suo acume politico, ha violato una delle regole ferree delle campagne politiche statunitensi: non negherai una delle “verità” care alla classe dirigente degli Stati Uniti. I media sono piombati su Ford come una tonnellata di mattoni; alcuni [analisti politici] dicono che il suo commento indelicato gli è costato l’elezione. E’ probabile che il maldestro Ford avesse sbagliato nel leggere i suoi appunti o che avesse subito un blocco mentale perchè poco priva aveva firmato un proclama che designava la settimana del 13 luglio 1975 “Settimana delle Nazioni Prigioniere”. Chi rompe l’unità di pensiero che le elite al potere hanno così accanitamente stabilito non sarà facilmente perdonato, anche se il suo atto è involontario.

Nonostante la fine della Guerra Fredda, le verità sacre e inattaccabili sono tuttora una presenza fissa del discorso politico degli Stati Uniti: i politici non possono dire che la stragrande maggioranza dei cubani sostengono il loro governo; devono a tutti costi tacere sulla situazione disperata del popolo palestinese – le privazioni e sofferenze che subiscono; l’accusa di terrorismo può solo essere usata per atti contro l’imperialismo; e si parte dal presupposto che la proprietà privata dei beni è sempre da preferire alla proprietà collettiva. Questi sono i comandamenti teologici di un paese che strombazza il suo impegno a garantire la libertà di pensiero.

Le vere nazioni prigioniere

Benché la nozione di “nazioni prigioniere” fosse una di quelle idee ridicole nate dalle menti maligne dei fautori della Guerra Fredda, sarebbe ora il momento opportuno per darle un’applicazione precisa ed appropriata, generando una di quelle ironie sublimi che farebbero sorridere il vecchio maestro, Karl Marx.  Sulla scia delle onde più distruttive della crisi economica, molte nazioni si sono ritrovate con un debito pubblico astronomico. Salvataggi, stimoli alla spesa e ricavi sostanzialmente ridotti hanno reso il loro debito pubblico drammaticamente più alto, ad eccezione di quei pochi paesi con riserve sufficienti. In termini reali, l’assunzione del debito è stata la ricetta – l’unica ricetta –  per sopravvivere ad una spirale mortale in accelerazione del sistema capitalista.

Ma in un paese capitalista nella rete di un sistema capitalistico globale, l’indebitamento indica una relazione intima tra debitori e creditori, un rapporto che è facile preda delle banche internazionali, degli hedge fund e, per chi impone il capitalismo a livello globale, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

Il gruppo dei paesi più deboli e meno sviluppati dell’Unione Europea è stato uno dei bersagli più vulnerabili della predazione finanziaria. Quando nel 1993 l’Unione è nata dalla CEE (Comunità Economica Europea), l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo e la Grecia erano gli ultimi arrivati ed erano i fratelli poveri tra i paesi più sviluppati dell’UE come la Germania Occidentale, la Francia, l’Italia e le altri nazioni del nord che avevano fondato la CEE. C’era moltissima pressione su questi paesi affinché raggiunsero un livello “europeo” di sviluppo e di tenore di vita. Diventando stati membri, hanno avuto come vantaggio l’apertura dei mercati e l’accesso al capitale. I loro stipendi relativamente bassi hanno dato loro un modesto vantaggio competitivo all’interno dell’Unione. Nonostante questo “vantaggio”, sono rimasti i paesi più arretrati dell’Europa – più destinazioni di vacanza pittoreschi per i ricchi che giganti economici.

Con la creazione di una moneta unica, l’euro, nel 1999, e la creazione della Banca Centrale Europea, le relazioni economiche tra i membri sono state riordinate. La moneta comune ha imposto la resa della sovranità individuale sulla politica monetaria, eliminando la capacità di un singolo Stato di regolare i tassi di cambio rispetto ad altre valute. Inoltre, la partecipazione nella zona euro si basava su una rigida serie di parametri economici (neo-liberali) stabiliti dal Trattato di Maastricht. Sono stati imposti anche dei vincoli normativi. In pratica, i paesi hanno ceduto in grande misura la loro sovranità per far parte del super-stato, l’Unione europea, con le economie più deboli che cedevano il proprio destino economico alle super-potenze del Nord Europa. Per i paesi meno sviluppati, diventare membro della zona euro ha consentito ai governi conservatori di imporre modifiche neo-liberali, giustificate dalla promessa di prosperità di cui godevano gli Stati membri più ricchi. L’Irlanda ha concesso sussidi e ridotto le imposte alle imprese e ai ricchi in modo da attirare multinazionali che sfruttassero una classe operaia istruita ma a basso salario. La Grecia ha venduto beni pubblici per la somma di 11,1% del PIL tra il 1998 e il 2003. Entrambe le nazioni sono state lodate come esempi.

Solo i comunisti e la sinistra anti-capitalista avevano previsto il pericolo inerente nel cedere la sovranità individuale ai poteri dominanti in Europa.

Con l’esplosione della crisi economica del 2008, tutte le speranze dei paesi membri UE sono state deluse. Recuperare terreno era impossibile e la sopravvivenza era il problema che doveva essere affrontato. In Irlanda, le banche non regolamentate avevano accumulato debiti enormi, il che significava salvataggi massici finanziati dal governo. Il boom delle costruzioni iberico è svanito, lasciando montagne di debiti e una disoccupazione massiccia. Ma la Grecia è stato il caso emblematico. Quando il governo PASOK neo-eletto ha rivelato nel 2009 che il deficit di bilancio è stato il doppio di quanto il precedente governo aveva asserito – senza dubbio per motivi politici – i predatori finanziari si sono scagliati contro il paese. Come un branco di lupi attacca il più debole, il più vulnerabile della mandria, i banchieri internazionali, i fondi comuni azionari e gli hedge fund hanno iniziato a scommettere contro la gestione del debito greco, portando il costo del prestito a un livello altissimo. Hanno speculato con e contro i credit default swap, mettendo in moto un’oscillazione verso l’alto dei costi di finanziamento e rifinanziamento del debito e uno swing al ribasso del rating. Queste oscillazioni hanno portato a ulteriori speculazioni e a un ulteriore peggioramento della posizione debitoria della Grecia. I giornalisti finanziari volutamente trascurano queste onde di aggressione, per non rivelare l’esistenza di un capitale rampante e speculativo, l’elemento che ha messo in ginocchio l’economia globale, scrivendo invece di corruzione, dissolutezza e irresponsabilità finanziaria dei greci.

In verità, la Grecia è stata vittima delle banche internazionali, dei fondi comuni azionari e degli hedge fund: una rapina finanziaria che ha portato il paese sull’orlo di default del debito nel maggio del 2010. E sotto il governo socialdemocratico, un governo saldamente sposato a politiche neo-liberiste, la Grecia si è arresa senza condizioni al dominio della UE, della BCE e del FMI, accettando un piano di salvataggio di € 110 miliardi. La Grecia è diventata una nazione prigioniera. Come condizione imposta dall’UE e come servitù verso il FMI, la Grecia è stata costretta ad accettare un programma di austerità che, oltre a incalcolabile sofferenza umana, ha portato l’economia verso il basso, sprofondando nella depressione. La Grecia è, infatti, una nazione prigioniera.

Un articolo del New York Times del 16 maggio riporta le seguenti statistiche: la disoccupazione in Grecia si sta avvicinando al 15%: la produzione di cemento è calata del 60% dal 2006; la produzione di acciaio è diminuita negli ultimi due anni; Atene ha registrato un aumento del 25% dei senzatetto; ci sono sempre più mense per i poveri. Nel settore pubblico, il numero di posti, gli stipendi e i benefit hanno subito forti tagli. Leggiamo anche che i costi umani di questo programma di austerità stanno solo iniziando a emergere, mentre i tagli minacciano di compromettere la capacità della Grecia di aumentare le entrate fiscali sia per i servizi sociali che per il rimborso del debito. Il governo greco ha annunciato nel mese di aprile che cercherà ulteriori tagli per € 3 miliardi. Attualmente, il 6,7% del sempre più esiguo PIL greco va al servizio del debito, una cifra destinata a crescere quando l’economia si contrae e il costo del debito aumenta. Queste sono le conseguenze per una nazione catturata nella rete della UE, BCE e FMI.

Questa non è solo estorsione, ma una requisizione estesa e indiscriminata dell’economia greca, e di conseguenza, della sua vita politica e sociale. I leader dell’UE hanno recentemente preteso che i due maggiori partiti borghesi della Grecia si incontrassero per decidere di continuare la politica dell’UE dopo l’ottobre del 2013, la scadenza del mandato del PASOK. Doverosamente, si sono incontrati, ma non sono comunque riusciti a raggiungere un accordo. Tuttavia, il PASOK ha offerto ulteriori € 22 miliardi di tagli e aumenti delle tasse per placare i signori feudatari dell’Unione Europea. Ma il gioco dell’UE non è semplicemente quello di mettere la Grecia in ginocchio, ma anche di rubare le sue risorse fisiche. L’Unione Europea sta imponendo una svendita del patrimonio pubblico, una massiccia privatizzazione della ricchezza condivisa della società greca. Finora, il governo PASOK è stato arrendevole, pianificando una svendita del valore di € 71 miliardi: sta valutando la possibilità di cedere i porti, gli aeroporti, i trasporti, l’energia, l’acqua, le autostrade, i casinò e le telecomunicazioni a prezzi stracciati a investitori stranieri. Anche se questo potrebbe momentaneamente placare gli avvoltoi finanziari, la massiccia perdita di entrate future per il governo greco può soltanto ulteriormente paralizzare l’economia del paese.

Il FMI ha notato con grande gioia che vi è inoltre un potenziale € 200-300 miliardi di proprietà greca disponibile per il saccheggio, inclusi gli impianti olimpici e gli edifici militari. Seguirà il Partenone?

La Grecia non ha conosciuto un tale dominio da parte di potenze straniere dai tempi dell’occupazione nazista. Come allora, l’unica opzione è la resistenza.

Come la “Reichsbevollmächtigter” nazista, il plenipotenziario della UE sta attualmente discutendo il destino della Grecia. Avendo capito che la Grecia non sarà in grado di pagare o rifinanziare i € 66 miliardi di debiti che dovranno essere rimborsati nel 2012 (i prestiti bancari stranieri in Grecia sono diminuiti del 19% nel 2010), i leader stanno discutendo il modo migliore di scarnificare le ossa dell’economia greca. Da un lato, la BCE minaccia di lasciare fuori le banche greche (hanno avuto prestiti di € 88 miliardi dalla BCE nel mese di marzo) se il governo tenta di modificare il proprio debito in qualche modo. D’altra parte, le potenze europee, cioè la Germania e la Francia, preferiscono la ristrutturazione del debito al posto di un ulteriore piano di salvataggio come richiesto dal governo greco. In ogni caso la Grecia è trattata come una satrapia.

Altre nazioni prigioniere?

Per i media di regime, l’asservimento della Grecia è semplicemente un’aberrazione, una condizione risultata dall’irresponsabilità dei greci o una tragedia scatenata contro il paese dagli dei della mitologia. In realtà, la situazione della Grecia è chiaramente il modello che si vuole applicare alle altre sorelle deboli della UE. L’Irlanda ha accettato un piano di salvataggio che comporta misure di austerità che rispecchiano quelle stabilite per la Grecia e ha portato a un drastico calo del tenore di vita. Con oltre un centinaio di miliardi di euro di crediti non performanti, una cifra che è cresciuta sensibilmente a partire dal 2009, le banche irlandesi continuano a essere appese a un filo, invitando ulteriori interventi esorbitanti da parte dell’UE. I prestiti irlandesi dalla BCE sono maggiori a quelli delle banche greche. E il rendimento delle obbligazioni irlandesi è del 7,5% – un livello record – più alto di quello dei titoli tedeschi. Sono imminenti altre misure di austerità.

L’economia del Portogallo è barcollante, con un calo di almeno il 2% annuo del PIL previsto per questo e il prossimo anno, frutto di un severo programma di austerità. Un salvataggio di € 78 miliardi dell’UE è imminente, sicuramente con ulteriore austerità e ulteriori privatizzazioni richieste dai signori dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, il Portogallo è in mezzo a una grave crisi politica.

La Spagna, il prossimo paese nel mirino dei predatori finanziari internazionali, è anche politicamente instabile e le recenti elezioni comunali hanno fortemente indebolito il partito al governo. Il tasso di disoccupazione del 21% e un’economia stagnante ostacolano la capacità del paese di contenere e ridurre il suo debito. Mentre il debito nazionale spagnolo è più basso degli altri tre paesi in percentuale del PIL, è ampiamente noto che gran parte del debito spagnolo regionale e comunale è stato nascosto, non dichiarato in cifre ufficiali. Il partito “socialista” che governa il paese ha intrapreso un severo programma di tagli preventivi al bilancio e di licenziamenti, introducendo regole del lavoro flessibile e altre misure di austerità che non potranno che attirare più velocemente i lupi dell’UE alla porta della Spagna.

Anche l’Italia, un membro della vecchia guardia dell’UE, potrebbe rivelarsi un candidato a diventare nazione prigioniera. Il 20 maggio, Standard and Poor’s ha declassato il debito pubblico italiano ammontante oggi a 1.900 miliardi di dollari.

La resistenza, non la collaborazione

Nella veste di nazione prigioniera o di neo-colonia imposta dai vicini del nord e dall’amministrazione dell’UE, i paesi dell’Europa meridionale non hanno altra scelta che resistere. L’unica via di uscita offerta dai partiti socialdemocratici e conservatori è la collaborazione. Come i loro predecessori dell’era nazista, questi leader stile-Vichy tentano di placare i loro padroni mentre reprimono i moti popolari. Intrappolati in una bolla di tipo neo-liberale senza alcuna visione alternativa, permettono ai paesi europei sviluppati di ottenere il dominio che i fascisti del secolo scorso cercavano con mezzi militari.

Resistenza, però, significa rifiutare i termini e le condizioni imposte dalle grandi potenze. Significa ignorare il debito – mettendolo da parte, isolato dalla contabilità nazionale, come hanno fatto le banche internazionali definite “troppo grandi per fallire” al culmine della crisi economica. Significa minacciare di diventare inadempiente se la sovranità nazionale non è rispettata. La resistenza significa rifiutare la natura non democratica dell’UE e delle sue istituzioni. Se questo significa uscire dalla zona euro e dallo stato imperioso della BCE, allora le nazioni prigioniere dovrebbero ben intraprendere questa opzione.

Resistenza significa formulare una nuova visione di un’Europa democratica e delle masse, libera dal dominio del capitale e dal dominio di una élite. Naturalmente questa è una visione che proietta il socialismo come obiettivo ultimo dei rapporti sociali razionali e umani.

In Grecia, questo progetto è sostenuto dal movimento di massa PAME e dai militanti del Partito Comunista Greco [KKE]. Essi, come i loro corrispettivi nella resistenza contro l’occupazione nazista, sono risolutamente contro le “forze occupanti” economiche e politiche dell’Unione Europea e mobilitano le masse per combattere il collaborazionismo.

In Portogallo e in Spagna, movimenti di massa dei lavoratori e dei giovani sono scesi in strada a dispetto del fallimento della democrazia sociale, per il dolore delle misure di austerità imposte dall’UE che hanno portato la disoccupazione e la povertà. Speriamo che organizzazioni di classe e i comunisti continueranno a lottare per fornire una prospettiva alla loro rabbia.

Quelli di noi che sono solidali con l’emergente resistenza europea farebbero bene a guardare alla loro esperienza. I lupi della predazione finanziaria sono anche alle nostre porte. La truffa del debito – arma principale dei capitalisti nella guerra di classe di oggi – è una minaccia per tutti noi.

di Zoltan Zigedy

da Marxism Leninism Today http://mltoday.com/subject-areas/commentary/captive-nations-1165.html

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Nazioni prigioniereultima modifica: 2011-07-26T15:55:02+02:00da dalai87
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