Crisi del capitalismo, monopoli e Unione Imperiale Europea.

Il capitalismo è giunto al punto di rottura, in ogni dove spuntano mobilitazioni spontanee, si mette sotto accusa la “casta” politica, oggi solo sottomessa, per farla definitivamente fuori e per incanalare contro di essa la rabbia sociale, con l’obiettivo di cancellarla completamente come la sovranità popolare e 373895_267075906672076_100001090066225_771292_1560010729_n.jpgnazionale, si cancellano governi si formano parlamenti senza sovranità; come nel passato si foraggiavano regimi dittatoriali nazifascisti, oggi i monopoli imperialisti si prendono direttamente il potere esecutivo, come in Italia e Grecia, a vantaggio del potere assoluto delle banche e delle lobby finanziarie, che hanno ormai il controllo delle politiche economiche, monetarie e del sistema produttivo. Il fronte militare imperialista si fa sempre più minaccioso. Il movimentismo frazionato e senza un collante ideologico politico, potrà solo portare a scontri sociali, che turberanno poco le classi dominanti, che potranno utilizzare tali movimenti per aumentare lo stato di polizia ed il potere dei monopoli sull’economia, approfittando della debolezza se non anche dell’erroneità (voluta?) delle loro analisi, comunque tipiche del movimentismo. Il compito è arduo, oggi più che mai si propone quindi il problema dell’indirizzo da dare alla lotta, compito che nella storia solo i comunisti guidati dal marxismo-leninismo hanno saputo svolgere. L’intensificazione dell’offensiva contro i redditi ed i diritti che il popolo sta subendo non è dovuta alla crescita del debito pubblico. Questo deve essere il primo punto ribadito con forza, per fare chiarezza sulla reale situazione che la classe operaia ed i settori popolari stanno subendo. Il popolo precipita in tutti gli stati capitalisti, in una povertà relativa ed assoluta (Israele 23%, Portogallo 18%, Usa 16%, Spagna 10% ecc…), nella perdita di diritti e salari e nella disoccupazione (21% in Spagna, circa il 14% in Irlanda, oltre il 12% in Grecia, 11% in Portogallo, 10% Stati Uniti, quasi del 10% in Francia ), per garantire una forza lavoro a più basso costo con l’obiettivo del rafforzamento della competitività dei gruppi monopolistici europei nel mercato capitalista internazionale, dove la competizione interimperialista è evidente. Tutti gli Stati membri della UE integrano il Programma di riforme nazionali e il Patto di stabilità con nuovi e aspri propositi antipopolari, che concretizzano direttamente le indicazioni del Patto europeo.

In prima sintesi:  Il capitalismo giunto alla fase imperialista è potere assoluto dei monopoli (bancari, finanziari e industriali multinazionali), anarchia della produzione e guerra per l’espansione e la conquista di “zone d’influenza”. La sua evoluzione necessità di schiacciare la forza lavoro e conquistare finanziariamente e militarmente nuovi spazi. L’unione Europea, della BCE e della Nato,  l’FMI, la Banca Mondiale ed il WTO sono gli strumenti del capitalismo imperialista monopolitistico.

Crisi del Capitalismo: La crisi emersa contemporaneamente a livello internazionale, negli Stati Uniti, nell’Unione europea e negli altri Stati capitalisti, è una crisi di sovrapproduzione. Nel suo nucleo si intensifica la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione capitalista dei suoi risultati, in quanto i mezzi di produzione sono di proprietà dei capitalisti e il criterio di sviluppo capitalistico è il profitto che porta anarchia e disuguaglianza. Dire che la colpa è della finanza (come di qualcosa di distante e distinta dall’economia reale) non spiega perché lo sviluppo della finanza sia arrivato ad un livello tanto imponente rispetto alla cosiddetta “economia reale”. Andando ad analizzare il processo che determina questo effetto si scoprirebbe che è proprio nell´economia reale, e più esattamente alle fondamenta stesse di questo sistema che si nasconde il problema. L´origine di questa crisi sta nella distanza sempre maggiore tra la ricerca del profitto ed il soddisfacimento dei bisogni dell´uomo. In questo sistema si produce ciò che conviene produrre per trarre maggior profitto, non ciò di cui ci sarebbe effettivamente bisogno; Nel capitalismo, gli scopi della produzione collimano con quelli del capitale per conseguire profitti e gli esseri umani e la natura sono solamente mezzi per raggiungere questi scopi. Quello che il capitalista desidera è di vendere merci e di rendere reale il plusvalore latente in esse. Loro, bramano denaro! Il problema che si pone però è, che il mercato non è un pozzo senza fondo e si pone quindi il problema dell’espansione del mercato: quali che siano le dimensioni del mercato, i capitalisti sono sempre alla ricerca della sua espansione. Dovendo fare fronte ai limiti nell’attuale sfera di circolazione, il capitale cerca di allargare questa sfera. Marx analizzava così: “La tendenza a creare un mercato mondiale è insita direttamente nel concetto stesso di capitale. Ogni limitazione appare come una barriera che deve essere superata.” Quindi, il capitale si sforza di “abbattere ogni ostacolo spaziale” allo scambio e di “conquistare l’intero pianeta al suo mercato.” Una conquista del mondo portata avanti tramite l’aggressione militare e culturale, che ha come principali attori5624406767_c84daed18b_o.jpg l’Impero Criminale Americano e la Nato, con l’uso ad hoc dei media e delle varie organizzazioni “umanitarie”, che egemonizzano ovunque i modelli ed i bisogni. Ma non solo, e ciò è sotto gli occhi di tutti, attraverso la produzione continua di  nuovi bisogni, con l’uso estremizzato della pubblicistica i capitalisti convincono la gente a consumare sempre di più, infondendo tra la gente nuove necessità fittizie. Contemporaneamente a ciò, i capitalisti hanno bisogno di sfruttare quanto più possibile i lavoratori che producono tali merci, Più grande è lo sfruttamento di questi lavoratori (in altri termini, più alto è il differenziale fra le ore che costoro lavorano e le ore di lavoro comprese nel loro salario), più bassi sono per il capitale i costi di vendita e più alto risulta il profitto dalle vendite. Da qui la grande esplosione negli ultimi vent’anni del lavoro occasionale, del part-time, del precariato, il non lavoro organizzato, gestito criminosamente dalle multinazionali di lavoro interinale, dei corsi di formazione e di tutte quelle “nuove” realtà che si fondano sul disagio della precarietà e da questo ricavano forza e giustificazione di esistere. “I capitalisti ,non trovando compratori solvibili, sono costretti a bruciare le derrate, a distruggere le merci, ad arrestare la produzione, a distruggere le forze produttive,mentre milioni di uomini sono costretti alla disoccupazione e alla fame ,non perchè manchino le merci,ma perchè ne sono state prodotte troppe.” [Stalin 1938, Materialismo dialettico e materialismo storico] Si disunisce il mondo del lavoro, si mettono in competizione i lavoratori, accresce la disoccupazione e la concorrenza derivante dall’immigrazione (dovuta in gran parte dall’opera delle potenze imperialiste di guerre, sfruttamento ed espropriazione di materie prime dei paesi “sottosviluppati”) e così i salari sono stati e continuano ad esserlo spinti sempre più al ribasso, con l’utilizzo massiccio anche del lavoro nero a cui i lavoratori sono sempre più costretti. Alla lunga questo fenomeno genera un forte divario, che nasce  dal fatto che i consumi da parte dei lavoratori “non crescono parallelamente alla produttività del lavoro”. Questo squilibrio genera la crisi. “Il limite del capitale è il capitale stesso” diceva il buon Marxche sottolineava come la produzione capitalista avviene “senza alcuna considerazione per gli effettivi limiti del mercato o per i limiti che si accompagnano alla possibilità di pagare”; come risultato, vi è una “tensione costante fra le dimensioni limitate dei consumi su base capitalista e una produzione che è continuamente alla ricerca di superare questi ostacoli immanenti.” Il capitale accumulato non ha più margini adeguati di valorizzazione nella produzione, non a caso i paesi con economie emergenti (Cina, Russia, India, Brasile, paesi arabi petroliferi, ecc.) che dispongono di grandi masse di capitale eccedente creato con la crescente produzione industriale e di materie prime, oltre ad esportare in occidente a costi competitivi, acquistano grandi quantità di fondi, titoli e azioni negli Usa ed in Europa che a loro volta investono in maggioranza nella speculazione finanziaria ed immobiliare, nelle filiere produttive degli stessi paesi emergenti e solo in piccola parte nella produzione industriale locale. Più il saggio del profitto (che è il rapporto tra il plusvalore realizzato e la massa di capitale complessivo impiegata per ottenerlo) si abbassa e più i meccanismi di valorizzazio­ne del capitale trovano difficoltà ad esprimersi, cioè più si riduce il numero di lavoratori rispetto al capitale costante, più si contrae l’area da cui si ricava plusvalore.. Ecco la crisi economica, che precede la crisi finanziaria che ne deriva, determinata dalla caduta del tasso medio di profitto a livello mondiale, e pertanto essa non è risolvibile all’interno del sistema economico sociale che lo genera senza distruggerne le basi. La finanziarizzazione del capitale: La necessità di superare questa empasse spinge alla ricerca di luoghi alternativi per realizzare profitto e spiega l´esplosione della finanziarizzazione, che è un elemento determinato, che trae la sua origine proprio dal centro del problema, analizzato fin qui. E così che il capitale finanziario assume una posizione dominante nei rapporti di produzione capitalistici, il ricorso alla finanziarizzazione della crisi da parte dell’economia reale è una necessità imposta dalla crescente difficoltà di valorizzazione del capita­le, in altre parole si cerca di sopperire alla limitatezza di profitti derivanti dalla produzione con extra-profitti e plu­svalenze che ne rinforzino il saggio e che possano essere, in parte, produttivamente reinvestite. Il plusvalore si genera nella sfera della produzione, mentre il ricorso alla speculazione, alle borse alle plusvalenze non è altro che trasferimento di plusvalore già generato, ne consegue che ha dei limiti obiettivi che non si possono superare se non attraverso la distruzione di questo capitale fittizio che essa stesso ha generato. Proprio dal 2000 ad oggi ci sono state la quantità maggiore di capitale fittizio “bruciato”, dall’esplosione della bolla speculativa in Russia ed in Asia a quella americana, le borse giornalmente “bruciano” quote, fino al fallimento di interi istituti di credito, che obbligano all’intervento dello “Stato” (secondo il motto del capitalismo “tutto il potere al mercato, allo stato il giusto necessario”) per salvare la finanza e l’economia reale. Questo intervento non può che esser salvataggio con denaro pubblico delle banche e degli istituti di credito e la distruzione progressiva dello stato sociale; i problemi sono solo rinviati ad un livello sempre più alto, in un circolo vizioso che diventa devastante soprattutto nel periodo di maggiore declino. Con un capitalismo in crisi di profitti è necessario non solo che il costo del lavoro diminuisca, ma che la forza lavoro sia impiegata nei meccanismi produttivi solamente quando è neces­saria alla valorizzazione del capitale, ed automaticamente espulsa, quando non lo è più, o non lo è nei termini desiderati. Il capitale, cioè, non può più permettersi il lusso di mantenere la forza lavoro quando non è sfrutta­bile a tassi compatibili con le proprie necessità di valorizzazione. A dimostrazione di ciò è il ruolo dominante del capitalismo finanziario, dalle borse, dalle banche, dai fondi di investimento, la lotta tra le varie potenze per la supremazia nel mercato monetario quali strumento di reperimento di capitali; l’indebitamento e investimento per la produzione di beni sono deboli non perché ci sia una insufficienza di fondi investibili (le grandi imprese poggiano su più di 2.000 miliardi di dollari in contanti, ma non assumono) o perché il costo del denaro sia troppo elevato, ma perché la domanda annessa è troppo debole e le non sicure condizioni di mercato non giustificano investimenti ed espansione. Inoltre, le aziende preferiscono produrre non nel loro paese ma dove la manodopera è più conveniente a livello globale.Il peso della finanza in relazione al PIL mondiale ha raggiunto livelli pari ad otto volte il totale del prodotto interno lordo, sommando derivati, obbligazioni e attività delle borse. Allo stesso modo, la ritrosia da parte delle banche a concedere credito alle imprese non è dovuta alla mancanza di capitale, ma perché trovano più indicato investire nella speculazione, cioè in acquisto e vendita di beni e/o titoli come obbligazioni, azioni, materie prime, immobili, valute e simili, attività destabilizzanti che tendono a creare bolle speculative, seguite inevitabilmente da scoppi. Parassiti per i quali è più facile succhiare il sangue dal corpo degli organismi viventi che produrre da zero. L’offensiva della classe dominante, la macelleria sociale, dunque continuerà e aumenterà per assicurarsi una forza lavoro più a basso costo, con l’accelerazione delle ristrutturazioni e privatizzazioni, la svendita del patrimonio pubblico ai gruppi monopolistici, come si farà sempre più incessante la ricorsa alla guerra imperialista per ottenere vantaggi economici e finanziari.  

 Il dominio dei monopoli: Organismi come l’FMI, la BCE, la banca mondiale, il WTO, costituiscono delle sovrastrutture del capitalismo imperialista, come il debito pubblico fa parte del funzionamento del modo di produzione capitalistico. Basta solo notare come la crescita del debito pubblico dallo scoppio della crisi ad oggi è impressionante: dal 2008 al 2010 in Italia è cresciuto del 15.4%, in Germania e in Francia del 18%, in Grecia del 30%, in Spagna del 21% per finire con l’Irlanda con il 72%. E’ l’utilizzo della formula di “socialismo per ricchi”: “Il credito pubblico diventa il credo del capitale” Marx E’ solo un caso che quest’innalzamento del debito sia in corrispondenza dell’inversione di titolarità dai piccoli risparmiatori ai grandi istituti bancari nazionali ed internazionali? Pare chiaro come il debito pubblico sia strutturalmente uno strumento di oppressione dei popoli e mezzo di accumulazione di capitale da parte dei grandi monopoli capitalistici. Oggi le grandi concentrazioni monopolistiche hanno assunto proporzioni gigantesche (ad esempio la Microsoft e la Coca Cola yankees). La caratteristica fondamentale della fase imperialista del capitalismo (“lo stadio monopolistico del capitalismo”cit.Lenin)è la simbiosi fra capitale bancario e capitale industriale, che stabiliscono fra loro intense relazioni funzionali, e talvolta anche strutturali, con reciproco vantaggio.  Il capitale finanziario si concentra sempre più nelle mani di una “oligarchia finanziaria”, (cioè di una ristretta minoranza della classe capitalistica) che tende al dominio economico dei mondo.
Tipica della fase imperialistica del capitalismo è per l’appunto l’esportazione di capitale, anche verso paesi ad alto o medio sviluppo capitalistico: il capitale viene esportato in tutte le direzioni, e oggi, nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione”, il fenomeno a cui assistiamo è quello dei più intensi movimenti di capitali, che utilizzano – per il loro trasferimento – le più modernne e veloci tecniche di informazione e dì comunicazione. La molla che spinge i monopoli all’esportazione di capitale non è il sottoconsumo, ma la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: il capitale che non riesce a valorizzarsi sufficientemente in un paese o in un gruppo di paesi, emigra in altri paesi dove può trovare forza-lavoro, materie prime e fonti energetiche a più buon mercato e lucrare quindi maggiori profitti. Quando si parla di grandi gruppi monopolistici ci si riferisce alla Goldman Sachs, ai 392858_191931107556586_100002190944611_408238_1429563126_n.jpgRockfeller (che detiene fra l’altro il 95% delle coltivazioni di cereali nel mondo), ai Rothschild, J&P Morgan, Kissinger per citare i più influenti che controllano il sistema bancario e finanziario, quegli attori bancari e finanziari che operano a Wall Street ed alla BCE a cui sono legati le grandi multinazionali, che si adoperano per far si che i loro piani vengono attuati dai vari governi, parlamenti ed organismi istituzionali locali, organizzati in associazioni e fondazioni segrete come il Bilderberg e la Trilateral a livello internazionale, ed a livello italiano Aspen Institute Italia a cui sono legati Impregilo, Enel, l’Eni, Fiat, Finmeccanica ecc… ed è stata fondata da Gianni Letta(PdL), annovera come presidente Tremonti (PdL) e vicepresidenti Elkann, Stanca e Enrico Letta (Pd) e fra gli altri ci sono la Marcegaglia (Confindustria), Romano Prodi (Pd, ex premier italiano e commissario europeo), Amato (Pd, ex premier italiano), Caltagirone (Udc), Romiti, Confalonieri ecc… Mario Monti, che fa parte del comitato esecutivo di Aspen, fu presidente della Trilateral  fondata da Rockfeller e Kissinger, ed è oggi consulente della Goldman Sachs. Non si può faticare a capire cosa voglian dire le “grandi intese”. Ci vorrebbe un altro spazio per approfondire ciò.

In seconda sintesi: Chi parla di “crisi finanziaria” o peggio di “crisi del debito” per esser buoni è fuori strada, molto più realmente invertendo l’ordine vogliono portare fuori strada, confondere la gente, nascondere la reale natura del capitalismo, non riconoscere i limiti storici del capitalismo, incastrando il proletariato ed i ceti popolari che subiscono tutto questo, dentro il recinto capitalista. La causa ieri come oggi è sempre la stessa, il Profitto. Tali crisi si sono manifestate in tutti i periodi a prescindere dalla forma di gestione del sistema capitalista. Ciò che oggi è evidente, e che costituisce un elemento relativamente nuovo, è che il sistema capitalistico a livello nazionale, regionale e internazionale ha uno spazio di manovra molto limitato nella gestione della crisi rispetto al passato, a causa della concorrenza, la sempre maggiore anarchia della libera circolazione dei capitali, l’aumento del numero dei centri imperialisti che lottano per nuova spartizione dei mercati, ecc. Le cause della crisi che sta attanagliando l’Europa, in particolare quella del Sud, vengono da lontano e sono identificabili solo attraverso una corretta analisi di classe marxista-leninista.

1.        Come tutte le crisi capitalistiche, questa è una crisi che trae origine dalla sovrapproduzione (infatti non c’è scarsità di beni: i supermercati, i negozi, le concessionarie di auto scoppiano) che porta alla riduzione del saggio di profitto degli investimenti nella produzione di beni materiali e servizi. Ciò porta alla necessità di distruggere pezzi della base produttiva, licenziando e precarizzando sempre più il lavoro salariato.

2.        Il capitale cerca rifugio a questa crisi, spostandosi dalla produzione di beni e servizi a speculazioni puramente finanziarie (non esiste un capitale ‘produttivo’ e uno ‘finanziario’). Queste però creano le ‘bolle’, quelle gigantesche catene di Sant’Antonio in cui a bruciarsi sono sempre i piccoli risparmiatori o chi gestisce i loro risparmi (come i Fondi pensione).

3.        La risposta del grande capitale è sempre di tipo imperialistico, cercando di scaricare gli effetti della crisi, oltre che sui lavoratori della propria nazione, anche all’esterno e in particolare o fuori del suo perimetro, o alla sua periferia. In questo quadro si inseriscono le guerre neocoloniali avviate in Nord Africa e le politiche di assoggettamento delle nazioni del Sud Europa per ridurle al rango di semi-colonie.

Comprimendosi i profitti, la classe capitalista non ha altro modo per garantirsi lo stesso livello di profitti precedenti alla “crisi” che fare guerre, sottrarre “salario” (sotto varie forme, aumento dell’orario di lavoro, minori diritti, minori pause e sicurezza, abbassamento cioè del costo del lavoro, maggiore concorrenza sia interna che esterna per i lavoratori) ai lavoratori, de localizzare gli stabilimenti dove il costo delle materie prime, delle infrastrutture, della forza lavoro è minore(nei paesi africani, sud americani ed asiatici conquistati dai vari paesi imperialisti, ma adesso anche nell’europa soprattutto quella ex sovietica dove il proletariato si trova in balia degli interessi capitalisti) e creare bolle speculative.

economia,socialismo,capitalismo,crisi,comunismo,comunisti,grecia,italia,operai,lavoratori,monopoli,bilderbergh.monti,ue,no ue,unione europea,capitalisti,rivoluzione,casta,politicaL’Unione europea: Essa è stata voluta dai monopoli e dai loro Stati per creare uno strumento di sfruttamento capitalista a dimensione del continente e di conquista dei mercati di molti paesi, il principale strumento istituzionale con cui le borghesie nazionali del nostro continente cercano di far pagare alla classe operaia e ai lavoratori i costi della crisi del loro sistema. Si è subito caratterizzata con una spiccata ostilità, contro i propri lavoratori e contro i popoli limitrofi, acceleratasi subito dopo la caduta del Muro di Berlino. Lo disfacimento dello stato sociale all’interno (in Italia abbiamo presente l’abolizione della scala mobile, lo scippo del TRF e delle pensioni col passaggio al sistema contributivo, le leggi sul precariato, gli attacchi finanziari e normativi alla scuola, all’università, alla sanità pubblica) e la guerra in Jugoslavia all’esterno (cui l’Italia ha partecipato in prima fila), sono stati i due punti di svolta che hanno impresso un’accelerazione all’attitudine ‘liberista’-imperialista. Dopo ciò, come era nei programmi, è arrivata la moneta unica; l’Euro era ed è una decisione politica, una scelta del grande capitale “europeo” nel contesto di integrazione capitalista nel quadro di classe che costituisce l’Unione Europea. Dietro l’unico obiettivo della politica monetaria – la cosiddetta stabilità dei prezzi, c’è l’obiettivo, ora più chiaramente assunto e ripetuto, di ridurre i costi unitari del lavoro, cioè tornare all’andamento dei salari dipendente dall’evoluzione della produttività, vale a dire garantire il trasferimento dei guadagni di produttività dal lavoro al capitale, contribuendo ad aumentare il tasso di sfruttamento e con questo garantire sostegno ai profitti. L’euro ha creato così un ambiente favorevole alla “moderazione salariale”, togliendo ai paesi la politica monetaria, dei cambi, ma anche di bilancio e quella fiscale, a causa degli obblighi derivanti dal Patto di Stabilità e dai suoi programmi, gli unici fattori di adeguamento agli shock economici si riversano su salari e occupazione, o meglio, dal deprezzamento dei salari e aumento della disoccupazione. Ovviamente, l’aumento della disoccupazione è l’arma strategica del capitale (l’esercito di riserva, cit. Marx), per “disciplinare” il lavoro e “moderare” l’aumento dei salari. La realizzazione dell’euro ha quindi risposto agli interessi dei Paesi forti, Germania in primis. L’industria manifatturiera “centroeuropea” ha sempre subito la concorrenza dei Paesi del Sud Europa, fintanto che questi hanno avuto la possibilità di svalutare la propria moneta, ripristinando così la propria competitività sui mercati internazionali. Non potendo più svalutare la propria moneta, per rispondere alla necessità di rafforzare la competitività strutturale dal lato dell’offerta, i paesi dell’euro più deboli devono ricorrere ad una crescente destrutturazione dei mercati del lavoro e dei diritti dei lavoratori, mirate all’obiettivo di aumentare il valore del rapporto fra produttività e costo dei fattori produttivi. Spesa sociale e salari con l’entrata dell’euro sono difatti precipitati; la Germania ha cominciato a volare e l’Italia e gli altri paesi del Sud a indebolirsi. In questi dieci anni la Borsa tedesca si è apprezzata del 30%, quella italiana ha perso il 50%; l’export della Germania verso l’area EU dal 2000 al 2007 si è triplicata (anche se ora di conseguenza sta flettendo vistosamente) mentre quella degli altri paesi è in calo. Con il Trattato di Maastricht, le politiche monetarie ed economiche della BCE (l’Ue non è un unione politica ma si fonda esclusivamente sull’unione monetaria e la Banca Centrale Europea) sono in mano a “euro burocrati” liberi da controlli e responsabilità, scelti dai poteri finanziari sovranazionali (i monopoli citati prima),Bce-Mario-Draghi-Italia-costo-del-denaro-imprese-banche-crisi--cut1320397233216.jpg che dettano veri e propri diktat e parametri a cui i vari popoli e parlamenti nazionali devono sottostare. Ricordiamo infatti le politiche di privatizzazioni ed i patti di stabilità che i vari governi nazionali italiani c’hanno imposto per rispettare gli “accordi europei”. Tutte le partecipazioni statali sono state distrutte, nelle grandi industrie chimiche, informatiche, siderurgiche, ed intere grandi imprese di interesse nazionale sono state svendute, come l’IRI, Autostrade, Telecom, Bnl, l’Alitalia da governi di destra centrosinistra. Tramite l’Euro, infine il debito pubblico è diventato il cappio al collo dei paesi più deboli, in quanto fin tanto che le banche nazionali potevano comprarlo lo tenevano a riparo dalle speculazioni finanziarie e il 90% di esso era in mano ai piccoli risparmiatori, non costituiva quindi pericolo. Ma oggi non è più così, in quanto solo il 14% è in mano ai piccoli risparmiatori, il restante è in mano per metà a Banche nazionali interamente private e per il 40% ai grandi monopoli bancari e finanziari stranieri che ne possono così decretare da un giorno all’altro il destino. E’ un vero e proprio cappio al collo; vincolando la concessione dei crediti alle rigidissime regole dei patti di stabilità da lacrime e sangue, si realizza il saccheggio dei paesi membri economicamente più deboli a beneficio delle economie più forti, nella più pura logica imperialista, facendo precipitare ancora di più i primi nella spirale indebitamento-rigore, tagli, compressione della domanda-depressione-ulteriore indebitamento. Lo scopo sono quelli di far vendere tutto il patrimonio nazionale (dalle municipalizzate ai beni demaniali al prezzo di saldo), ridurre lo stato sociale per pagare gli interessi del debito. Ad applicare ciò sono i principali gruppi politici di centrodestra e centrosinistra che rispondono agli interessi del capitale e dei monopoli. La strategia reazionaria di ristrutturazione dell’Unione europea, decisa e promossa insieme ai governi borghesi, liberali e socialdemocratici, è volta quindi a soddisfare le esigenze attuali del capitale, bloccando salari e pensioni, rovesciando i diritti del lavoro e della sicurezza sociale, favorendo le privatizzazioni, deindustrializzando i paesi più deboli. Segue quindi la strada (per citare due grandi piani imperialisti americani che si fondavano sul debito) dei Piani Marshall del dopo guerra e dei “Chicago Boys” per il Cile. E’ chiaro ormai che i piani cossi detti di “salvataggio”, i piani di “ristrutturazione del debito”, non hanno alcuno scopo di salvare questi paesi, ma di accelerare il processo di recessione economica (lo dimostra ampiamente la Grecia, ma anche il Portogallo) allo scopo di rendere questi paesi delle periferie.

Costruire un fronte di resistenza popolare: Rigettare le opzioni per una nuova Europa dei Popoli da contrapporre a questa Europa del Capitale, come i gruppi della sinistra opportunista vanno ripetendo. L’Unione Europea nasce, nei suoi principi, nella sua struttura e nei suoi obiettivi come guardiano del potere e dei profitti dei monopoli. Cambiare alla radice i presupposti su cui si fonda l’UE, rimettere in discussione la libera circolazione dei capitali all’interno dell’UE vuol dire mettere in discussione la natura stessa dell’UE, e non può quindi avere nessun valore concreto e reale. La stessa Unione Europea politica che si va costruendo su queste stesse basi potrebbe esser ancora peggiore rispetto all’attuale ed abbiamo avuto recente dimostrazione con la guerra imperialista e criminale in Libia. “Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari”(Lenin). Le proposte che si concentrano sulla ristrutturazione del debito a livello europeo, l’acquisto dei titoli da parte della BCE, un maggiore intervento statale, non fanno altro che aumentare l’egemonia franco-tedesca da un lato ed aumentare l’indebitamento dello Stato e la crisi di accumulazione di capitale. La Sinistra Europea, un fronte politico opportunista che svende i lavoratori di cui si dice rappresentante al grande capitale internazionale, rimanda la lotta di classe ad un livello sovranazionale, trascurando lo sviluppo ineguale del capitalismo ed il ruolo dello Stato Borghese. In questo modo indeboliscono la lotta di classe a livello nazionale e di conseguenza indeboliscono il fronte dei lavoratori, la presa di coscienza, mantenendo immutati i rapporti di forza. Se il popolo vuole smettere di subire questo “stato delle cose”, destinato a acuirsi se la situazione non cambia negli anni a venire, se vuole liberarsi di questa umiliazione, prima di tutto, deve liberarsi del potere dei monopoli nel nostro paese e disimpegnarsi dall’UE. In caso contrario, l’umiliazione continuerà ad esistere e ribadiamo che le cose peggioreranno. Il Patriottismo si concretizza nella socializzazione dei monopoli, nel potere della classe operaia-popolare, nel disimpegno dalla UE, che nelle condizioni attuali comporta anche la cancellazione unilaterale del debito. Come comunisti, di fronte all’esplodere delle contraddizione e delle difficoltà nella gestione del potere borghese, concretizzatesi nella formazioni di governi tecnici, che rappresentano il consolidamento del fronte nero del capitale internazionale, dei partiti della borghesia e dei monopoli euroatlantici, che vede uniti le coalizioni di centrodestra (con la posizioni opportunista della Lega che cerca di approfittare della situazione) e centrosinistra(schiacciando le stesse posizioni progressiste interne al capitalismo)  per perseguire nelle politiche antipopolari ed antioperaie, che durerà finchè adotteranno misure che si ripercuoteranno sul tenore di vita e nei diritti dei ceti popolari per molti anni, è nostro compito quello di sviluppare coscienza ed organizzazione di classe, modificare i rapporti di forza nazionali ed internazionali, organizzando un fronte di resistenza popolare contro il capitalismo, contro l’imperialismo, contro i monopoli euroatlantici. Organizzazione radicalmente diversa della società, modificando la proprietà delle grandi imprese in proprietà dello Stato e della società, con la pianificazione centralizzata della produzione e il controllo operaio. Il cui primo atto non può che essere l’uscita dall’UE e dall’Euro e la cancellazione del debito, delineando così le linee guida che aprono la strada al conflitto decisivo.  Socializzazione dei mezzi di produzione, pianificazione economica (cosa, come e quanto produrre) e controllo democratico dei lavoratori, nazionalizzazione delle banche e distribuzione equa delle risorse. L’unico cambiamento reale è il superamento del modo di produzione capitalistico, della logica del profitto e della sovrastruttura politico-istituzionale borghese. Socialismo o Barbarie!

“Per la rivoluzione non è sufficiente che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di vivere come per il passato e reclamino dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per l’innanzi. Soltanto quando gli “strati inferiori”non vogliono più vivere come per il passato e gli “strati superiori” non possono più andare avanti come prima, soltanto allora la rivoluzione può vincere. In altri termini, questa verità si esprime così: la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori). Per la rivoluzione bisogna, dunque, in primo luogo, che la maggioranza degli operai (o per lo meno la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità della rivoluzione e sia pronta ad affrontare la morte per essa; in secondo luogo, che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate…, indebolisca il governo e renda possibile ai rivoluzionari il rapido rovesciamento di esso.” Lenin

 

 

Crisi del capitalismo, monopoli e Unione Imperiale Europea.ultima modifica: 2011-11-11T16:07:00+01:00da dalai87
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