KKE: la soluzione è potere popolare, disimpegno dall’Ue, cancellazione unilaterale del debito!

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Cari compagni,
 
vi estendiamo nuovamente un caloroso benvenuto ad Atene. Come sapete, su iniziativa del nostro Partito, il primo Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai ha avuto luogo qui nel 1998 per il coordinamento, l’azione congiunta e la ricomposizione del Movimento comunista internazionale, che vive una crisi ideologico-politica e organizzativa.
 
Nel 2005 abbiamo stabilito collettivamente che da Atene questo Incontro internazionale avrebbe viaggiato verso altri stati e continenti: in Europa, in America Latina, nel Medio Oriente, in Asia e in Africa. Ci ritroviamo oggi ad Atene per studiare l’esperienza, per trarre conclusioni da questo importante processo, per intensificare i nostri sforzi nelle nuove condizioni stabilitesi con l’acuirsi della crisi del capitalismo e il rinfocolarsi di vecchi e nuovi conflitti per la redistribuzione dei mercati.
 
I primi segni della crisi nel nostro paese ci hanno trovati ideologicamente e politicamente preparati e capaci con un rapido adeguamento, di affrontare le sfide crescenti e perfezionare la nostra strategia e tattica per contribuire a unire e accrescere la militanza della classe lavoratrice e delle forze popolari con rivendicazioni radicali e avanzate forme di lotta. Questa prontezza da parte nostra deriva, a nostro avviso, da due ragioni correlate, la cui importanza va al di là del contesto nazionale:
 
1. Il KKE ha difeso il socialismo e il contributo dell’URSS alla lotta dei popoli dalla furiosa offensiva anticomunista, anche nelle condizioni più difficili. Ma non si è limitato a questo. Fin dall’inizio degli anni ’90, abbiamo assegnato una priorità, necessariamente a lungo termine, all’indagine scientifica, avvalendoci di materiale d’archivio, sulle cause della vittoria della controrivoluzione in URSS e negli altri paesi socialisti. Dopo 18 anni di studio, siamo giunti alla Risoluzione del 18° Congresso, continuando ad approfondire la ricerca sulle questioni della sovrastruttura politica, degli organi di potere, del controllo operaio. E’ un fatto che l’esperienza acquisita sottolinea la necessità del potere della classe operaia, della socializzazione dei mezzi di produzione e della pianificazione centralizzata in opposizione alla prospettiva del “socialismo del 21° secolo” o del “socialismo di mercato”, che nulla hanno a che fare con il socialismo scientifico e l’esperienza di edificazione del socialismo. Quando durante l’edificazione socialista si introdussero le leggi di mercato, mentre si indebolivano i rapporti di produzione socialisti e il controllo operaio, iniziò il conto alla rovescia per la controrivoluzione.
 
2. Allo stesso tempo, abbiamo prestato particolare importanza allo studio degli sviluppi economici e politici in Europa, delle contraddizioni e rivalità nel suo sistema imperialista, e, naturalmente, all’evoluzione economica in Grecia, concentrando l’attenzione sulle implicazioni da affrontare in particolare come stato membro dell’UE, mentre emergono evidenti tendenze centrifughe. Anche lo studio di 20 anni di storia del Partito e del movimento in Grecia, nel periodo 1949-1968, si è dimostrato molto utile per la comprensione della situazione odierna. Questo periodo consente di rivedere criticamente e valutare la strategia del Partito durante il periodo di sviluppo del capitalismo greco e del suo adeguamento alla Comunità europea. Abbiamo esaminato la questione con occhio critico e autocritico, tenendo in considerazione le influenze del corso del Movimento comunista internazionale, di cui eravamo parte integrante.
 
In questi ultimi anni non ci sono stati problemi politici di maggiore o minore importanza e soprattutto nessun problema socio-economico della classe lavoratrice o popolare su cui non ci siamo cimentati, lavorando tra la base, per mobilitare le forze sull’appartenenza di classe. Abbiamo parlato diffusamente al popolo della crisi, del suo carattere e della via d’uscita, abbiamo organizzato e intensificato la lotta di classe in tutte le sue forme, dall’alto verso il basso e viceversa per attrarre nuove masse lavoratrici e popolari. C’è stato un tentativo relativamente inedito di organizzare la resistenza collettivamente con nuove forme di lotta e slogan di disobbedienza e di sfida, che hanno consentito alle persone di non pagare i pedaggi nei fine settimana estivi, di entrare nelle spiagge privatizzate senza biglietto e, recentemente, di respingere l’imposta sugli immobili inserita nella bolletta dell’energia elettrica, per veicolare l’inaccettabile minaccia di tagliare la corrente anche se l’importo relativo al consumo di energia è stato pagato. I principali fronti di lotta sono ovviamente diretti contro la disoccupazione, contro la riduzione dei salari e delle pensioni, i licenziamenti nel settore pubblico e privato, contro l’abolizione dei contratti collettivi, contro le forme temporanee e flessibili di lavoro, contro l’aspra riduzione dei finanziamenti ai fondi di previdenza, all’istruzione, alla salute, alla prevenzione e al welfare, contro i gravi tagli a scapito delle persone con disabilità, contro la riduzione e l’abolizione delle prestazioni per la maternità, il finanziamento di asili nido, ecc.
 
In questi anni non abbiamo trascurato un esteso lavoro ideologico-politico con dibattiti e conferenze sui grandi temi: come il socialismo, la storia del Partito, il tema della crisi economica capitalistica e la riorganizzazione del movimento operaio.
 
La partecipazione al dibattito nel Partito è stata organizzata in varie forme al livello delle organizzazioni di base ed esteso agli organi della KNE [Gioventù Comunista di Grecia] e alle sue organizzazioni di base.
 
Oggi poniamo l’accento e monitoriamo molto da vicino il pericolo di un conflitto militare relativamente più generalizzato nell’area geo-strategica del Mar Nero, del Medio Oriente, del Mediterraneo orientale, e, naturalmente, abbiamo elaborato una specifica posizione contro la guerra imperialista, indipendentemente dai pretesti che saranno utilizzati, e soprattutto abbiamo messo a punto la strategia per trasformare la guerra in una lotta per il potere. La classe borghese del nostro paese si troverà al fianco dell’uno o dell’altro asse o polo imperialista con l’obiettivo di partecipare alla spartizione dei mercati, per non trovarsi emarginata. Il popolo non deve versare sangue per gli interessi degli imperialisti, né il suo né di altri. Lo stesso vale per gli altri popoli.

Questo è un problema che richiede la posizione comune dei partiti comunisti e dei movimenti del lavoro, una questione in cui l’unità è di importanza cruciale. Dobbiamo avere la possibilità, nel prossimo incontro regionale o locale, di scambiare opinioni su questo grave problema, rafforzando in ogni caso il fronte contro il cosiddetto “mondo multipolare”, che costituisce un tentativo di manipolare i popoli e integrarli nel sistema imperialista e nelle sue contraddizioni.
 
Oggi è più che mai evidente la difficoltà nella gestione borghese della crisi, in cui le ricette classiche non possono essere applicate con la facilità del passato; la gestione delle conseguenze della crisi è impossibile, soprattutto sotto il profilo della disoccupazione e della povertà. Valutiamo che la ripresa, quando verrà, sarà anemica e forse sarà preceduta da un ciclo di nuova crisi.
 
Il movimento operaio e i suoi alleati, in particolare i lavoratori autonomi senza dipendenti, gli altri piccoli imprenditori poveri sull’orlo della bancarotta, i contadini poveri con piccole aziende, devono dimostrare resistenza di fronte alla durezza e alla complessità della lotta, a fronte dell’intransigenza del nemico. L’atteggiamento difensivo oggi non produce alcun risultato, perché siamo nelle condizioni di un attacco che mira ad abolire le conquiste faticosamente raggiunte nel 20° secolo soprattutto dopo la 2° Guerra Mondiale in Europa.

Oggi è necessario pianificare e intensificare la lotta di classe per erigere ostacoli, per quanto possibile, alle misure peggiori che si profilano all’orizzonte, in modo da ritardare i nuovi provvedimenti e guadagnare tempo per il contrattacco, il cui esito deve essere diretto al rovesciamento del potere dei monopoli e del sistema politico borghese, per il potere della classe operaia-popolare, per il socialismo. Le misure adottate in nome della crisi o per la sua amministrazione a favore dei monopoli, vanno oltre la crisi stessa: sono misure che mirano al recupero di redditività nel periodo di ripresa, che gli stati capitalisti stessi non prevedono stabile e dinamico. La Grecia è nell’orbita di una bancarotta controllata ma un default non controllato non è escluso, così come la sua uscita dalla zona euro o l’uso di una doppia valuta: un euro interno deprezzato e un euro per l’estero il cui valore sarà determinato dalla UE e dal FMI in modo da proteggere, per quanto possibile, i creditori.
 
Nessuna proposta politica borghese, liberale, socialdemocratica, di sinistra o di “rinnovamento” può costituire un via d’uscita favorevole per il popolo, nessuna può proteggere il popolo dalla miseria anche solo momentaneamente e tanto meno nel lungo periodo, a meno che non ponga come questione di principio, la rottura con i monopoli industriale, bancario, armatoriale, commerciale vale a dire la rottura con la proprietà capitalistica, le sue istituzioni statali, le sue alleanze internazionali.
 
E’ fondamentale oggi nel nostro paese e più in generale in Europa che siano respinti dal punto di vista di classe: l’inganno universale per cui stiamo vivendo una crisi del debito, una crisi degli indici finanziari; che la crisi è nata a causa di una cattiva gestione, dallo spreco di denaro nei servizi sociali anziché nella produzione o in altri investimenti; che colpevole è il modello produttivo di sviluppo e il basso livello di competitività, ossia che è colpa di tutti, tutte le classi e strati sociali che consumano più del loro reddito; o ancora che è responsabile la cattiva architettura della struttura europea, idea promossa con piccole differenze dai partiti borghesi e dai partiti riformisti e opportunisti.
 
Tutte le versioni summenzionate distorcono la realtà, nascondono che si tratta di una crisi di sovraccumulazione di capitale che si esprime nell’acuirsi della contraddizione di fondo del capitalismo. Separano l’economia dalla politica, impediscono lo sviluppo di una radicale coscienza antimonopolista e anticapitalista. I lavoratori in Grecia e nella zona euro devono rigettare la teoria che fa della protezione dello Stato dalla bancarotta un obiettivo nazionale e i sacrifici necessari per raggiungere tale obiettivo, definiti patriottismo moderno. I lavoratori non sono responsabili e non devono pagare per il debito pubblico.

La rabbia espressa dalla gente non è sufficiente per portare avanti il contrattacco popolare, se non acquista un contenuto antimonopolistico e anticapitalista. L’esperienza della classe borghese e dei suoi partiti nel disinnescare e deviare il malcontento del popolo, cosa evidente nel caso della cosiddetta “primavera araba”, secondo le caratteristiche specifiche dei vari paesi, non deve essere sottovalutata affatto. Di conseguenza la questione “rottura o sottomissione” è più che mai opportuna.

Il cosiddetto fronte contro il memorandum

Nel nostro paese anche le forze politiche borghesi, così come quelle opportuniste e soprattutto gli intellettuali apologeti del sistema capitalistico e del suo rinnovamento, criticano il memorandum, lo ritengono inefficace per una via d’uscita dalla crisi, sostengono che impone sacrifici unilaterali. Denunciano il memorandum dettato dalla UE, la BCE e il FMI, perché, dicono, rompe la “coesione sociale”, avvicinano il pericolo – espressione questa sintomatica – di un’esplosione sociale, dimostrando la loro ostilità nei confronti della lotta di classe. Promuovono varie versioni di gestione borghese che presumibilmente porterebbero equilibrio e coesione cosicché i capitalisti e i monopoli da un lato e i lavoratori e il popolo dall’altro, possano vivere in accordo, e tutti insieme servano lo sviluppo capitalistico, con una Grecia forte nell’Eurozona, nel cuore della UE. Alimentano l’illusione che esistano interessi comuni nella strada della ripresa. Il più grande servizio che fornisce l’opportunismo nello sforzo di stabilizzare il sistema politico borghese è la posizione che una via d’uscita dalla crisi e il sollievo per il popolo non deve essere combattuto a livello di Stato-nazione ma a livello europeo, in considerazione che nessuna rottura può essere conseguita a livello nazionale attraverso l’intensificazione della lotta di classe e la risoluzione della questione del potere.

Di fronte all’empasse della gestione del sistema, è accaduto quello che è naturale e prevedibile per i difensori del sistema capitalista: è stato formato, nell’ambito delle procedure parlamentari e con l’intervento attivo della UE, un governo di coalizione tra i due maggiori partiti borghesi e un piccolo partito di estrema destra, lo stesso che negli ultimi anni ha fatto il lavoro sporco, di provocazione e in chiave anticomunista, per conto in particolare del PASOK(socialisti,centrosinistra) ma anche di ND(centrodestra).
 
L’avvicinamento dei partiti borghesi, di fronte al movimento emergente, ha moltiplicato dubbi e interrogativi sulla capacità del sistema politico borghese di gestire la situazione attraverso una coalizione ampia dei partiti borghesi oppure se sia preferibile una cooperazione nell’alternanza dei due poli di centro-destra e centro-sinistra. La classe borghese naturalmente preferisce una cooperazione tra due partiti borghesi, quello liberale e quello socialdemocratico, tuttavia teme che questa configurazione consenta alla classe operaia e alle forze popolari di dissociarsi dai due partiti, soprattutto dal socialdemocratico PASOK. Recentemente è stato detto apertamente che ci deve essere un fronte più ampio in grado di imporre il consenso popolare e prevenire la diffusione e l’impatto della proposta politica del KKE.
 
E’ interessante osservare la spregiudicatezza della corrente opportunista nella politica delle alleanze, che si modifica di giorno in giorno. A volte si parla di unità delle forze di sinistra, a volte di forze progressiste e di sinistra, a volte di forze patriottiche e progressiste, a volte di forze democratiche nel tentativo di avvicinare forze dello spettro del partito borghese liberale.
 
La posizione su cui rimane stabile è la promozione di proposte alternative per una soluzione politica all’interno del quadro delle principali potenze capitaliste. Una proposta emblematica è la cosiddetta soluzione dell’Eurobond, con il prestito esclusivo da parte della BCE, la cancellazione parziale del debito e la negoziazione tra i governi. Insistono che l’unità e la salvezza della zona euro è a tutto vantaggio del popolo, ne adottano parte o perfino l’intero sistema economico di governo, promuovono come questione cruciale il rafforzamento della competitività, la nazionalizzazione delle banche; a volte sono attratti dall’esempio dell’Argentina, a volte si esaltano con quello dell’Ungheria, a volte ritengono che un altro governo in Europa gestirebbe meglio le cose. Dimostrano così di essere soggetti affidabili per il sistema. Tutto ciò vale per il Partito della Sinistra Europea che sostiene posizioni simili.
 
Il fronte progressista contro il memorandum, proposto dalle forze opportuniste, non rappresenta alcuna minaccia per il sistema, è una variante della negoziazione borghese. Allo stesso tempo, promuovono un atteggiamento patriottico in relazione a Germania e Francia. Chiudono un occhio sul fatto che le unioni capitaliste regionali, interstatali o internazionali, così come ogni tipo di cooperazione, sono disciplinate dalla legge dello sviluppo ineguale che comporta disuguaglianze nelle relazioni politiche. Fingono di non vedere la competizione tra gli stati capitalisti, tra i monopoli all’interno dello stesso settore. Oggi in Grecia sono caduti moltissimi miti e tabù che hanno influenzato il popolo e crediamo che altrettanto accada negli altri paesi capitalistici, soprattutto nella vecchia Europa. Il nucleo principale di tali miti è che l’UE sia inevitabile, che è inconcepibile per un popolo non perseguire l’adesione alla UE o cercare il disimpegno da essa, o ancora che l’UE possa essere trasformata in un’Europa dei popoli attraverso l’emergere di governi di sinistra o di coalizioni di forze di sinistra e progressiste. Questi i miti che sono stati letteralmente confutati oggi:
 
Primo: che l’UE è una famiglia, un’alleanza per la solidarietà sociale e l’unità permanente e che al di là dell’Unione europea non può esistere che il caos.
 
Gli Stati borghesi sono del tutto uniti e solidali per lo sfruttamento di classe e l’attacco al movimento ma sono divisi e antagonisti nella distribuzione dei profitti nei periodi di intenso sviluppo e per la distribuzione delle perdite in periodi di crisi.
 
Secondo: il breve lasso di tempo tra il 2008 e oggi è stato sufficiente per demolire le teorie borghesi e opportuniste, e cioè che gli stati siano in grado di controllare il capitale, i monopoli e il loro predominio sull’economia. Annientati gli slogan sul controllo dei mercati da parte del potere politico, sul primato della politica rispetto ai mercati e lo slogan opportunista presumibilmente innovativo “le persone prima dei profitti”.
 
Terzo: che la cosiddetta globalizzazione e cioè l’economia capitalistica mondiale rafforza la cooperazione, assicura lo stesso ritmo e la convergenza tra i paesi capitalisti. Nei primi anni ’90 ci dicevano addirittura che la guerra era stata abolita e la soluzione pacifica delle controversie aveva preso la precedenza.
 
Dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale la guerra non è mai stata abolita. Si è evoluta assumendo la forma di decine, centinaia di conflitti locali. Oggi è in corso un nuovo round per la spartizione dei mercati. La crisi profonda che sperimentiamo annuncia nuovi focolai di guerra e non è improbabile un conflitto generalizzato tra le potenze imperialiste nel prossimo futuro. Il coinvolgimento della Grecia diventerà ancora più pericoloso per il popolo. Il suo coinvolgimento è già un dato di fatto a causa della partecipazione della Grecia nelle guerre locali attraverso le basi militari, il transito delle truppe, la partecipazione nelle forze di occupazione.
 
E’ possibile minare la cosiddetta obbedienza alla legittimità borghese, alla disciplina e alla sottomissione alle barbare leggi di classe adottate dal parlamento borghese in Grecia e dagli organi dell’Unione europea. Ci sono diversi casi, come quello dei marinai, dei conducenti delle autocisterne e dei taxi che hanno continuato lo sciopero nonostante i giudici l’abbiamo dichiarato illegale, nonostante gli ordini di precettazione.
 
Solo il potere popolare può garantire la sovranità popolare e il disimpegno reale dalle alleanze imperialiste come l’UE e la NATO.

Promuoviamo la seguente piattaforma su tre assi: potere popolare-disimpegno-cancellazione unilaterale del debito. Il disimpegno senza socializzazione sarebbe deleterio per il popolo, mentre la socializzazione è impossibile senza disimpegno.

Oggi, con maggior nitidezza che mai, tutti possono constatare che il capitale, i monopoli e il loro potere non condividono la stessa patria con il popolo. Pongono il profitto sulla lingua nazionale e sul patrimonio culturale. Formano le loro alleanze in base al profitto e sacrificano tutto per questo.

Per questo motivo il termine patria acquista un contenuto sostanziale per il popolo solo con il potere popolare, con le istituzioni di partecipazione, difesa e protezione dei lavoratori e del popolo.

La politica delle alleanze [del fronte contro il memorandum] si limita ad accordi su un programma minimo, mentre guarda al movimento soltanto come una leva per il riallineamento delle forze politiche in alleanze di centro-sinistra e per la gestione del sistema.

Noi parliamo apertamente al popolo di un’alleanza politico-sociale della classe operaia con gli strati piccolo borghesi popolari nella città e nella campagna, dell’unione del movimento operaio e del movimento popolare con un chiaro orientamento antimperialista e antimonopolista, in ultima analisi anticapitalista. Esso dovrebbe avvalersi di ogni frattura, ogni crepa nel governo borghese per il suo indebolimento, per il suo rovesciamento.

La politica delle alleanze, a prescindere dalla varietà di forme che può assumere, oggettivamente è di due specie: può mirare alla conservazione e alla stabilità del potere politico borghese o può costituire l’accordo di base per la conquista del potere popolare.

Ogni crepa nel sistema politico, nei meccanismi del potere capitalista, tutto ciò che indebolisce il governo borghese e in generale i partiti borghesi contribuisce al rafforzamento delle forze dell’alleanza popolare per il rovesciamento radicale del sistema di sfruttamento capitalista, della dittatura dei monopoli.

Ci scontriamo sistematicamente contro visioni del tipo: “il problema dell’economia greca deriva dai superprofitti accumulati nel sistema bancario o nelle borse in opposizione al profitto nel settore industriale, nella produzione”. Questo approccio separa i profitti “legittimi” da quelli “illegittimi”, alimenta l’idea che il capitalismo sano si sia sviluppato in “capitalismo casinò”. Particolare attenzione riserviamo alla riduzione dell’imperialismo ad un tipo di forma di politica estera e di relazioni interstatali, invece di un sistema socio-economico cioè regime monopolistico del capitale.

Un’altra versione della percezione socialdemocratica adotta la posizione della necessità di una “riabilitazione” del capitalismo, della sua umanizzazione, mediante il controllo delle attività più parassitarie del sistema finanziario. Non vogliono e non possono riconoscere il fatto che non esiste impresa, gruppo monopolista la cui gran parte dei capitali attivati non sia esterna, vale a dire capitali prestati e non dei loro azionisti. In condizioni di saggio medio di profitto con tendenza decrescente, queste imprese trovano difficoltà ad ottenere prestiti, rendendo così più difficoltosa l’espansione della produzione e producendo una recessione. Inoltre, non vogliono riconoscere che le banche non prestano, non investono solamente nel mercato del denaro ma acquisiscono o partecipano al capitale industriale. Non accettano la fusione del capitale bancario e del capitale industriale.

È chiaro che in condizioni di crisi ci sono possibilità di brusca acutizzazione della lotta di classe, di un’entrata repentina di più ampie masse popolari senza l’esperienza sociale e politica necessaria. Siamo coscienti del pericolo che il movimento si trovi in fase di ritirata poiché sperimenta la barbarie della disoccupazione, povertà, indigenza, le conseguenze della violenza statale e padronale, così come l’influenza dell’ideologia borghese, del riformismo e dell’opportunismo, e sotto l’impatto dell’anticomunismo più sfrenato adottato ufficialmente dagli organi dello Stato e dei suoi meccanismi ideologici.
 
Nonostante le difficoltà derivanti dalla campagna d’intimidazione del popolo in nome della crisi, l’intimidazione nei luoghi di lavoro, l’impazienza delle masse soprattutto di quelle provenienti dai settori popolari piccolo borghesi che fino ad oggi avevano un livello di vita relativamente buono, il KKE si è mantenuto fermamente orientato sulla necessità e attualità del socialismo.

L’aggravarsi della crisi economica, le contraddizioni dentro l’UE, l’emergente coscienza anticapitalista contribuiscono affinché il popolo comprenda più facilmente che è richiesto un cambiamento radicale profondo. Ovviamente questi processi non conducono di modo automatico alla scelta del conflitto, alla stabile partecipazione all’organizzazione della lotta di classe. Senza dubbio, oggi, il terreno per un conflitto ideologico-politico più profondo è relativamente più agevole se rapportato agli anni precedenti quando il peggioramento della condizione dei lavoratori si evolveva più lentamente rispetto alla tempesta attuale.

Il KKE chiama il popolo a lottare affinché i mezzi concentrati di produzione nell’industria si trasformino in proprietà popolare, per la socializzazione della terra, delle grandi imprese del settore agricolo e del commercio concentrato. Sulla base di questi rapporti, l’agricoltura deve essere riorganizzata incentivando la sua concentrazione, inizialmente in cooperative di produzione.

La socializzazione dei mezzi di produzione e la pianificazione centrale nazionale mediante strumenti scientifici, libereranno grandi capacità produttive inutilizzate, assicureranno la priorità e soddisfazione scientificamente combinate delle necessità popolari, a condizione che si attivi l’ampio controllo operaio e popolare per la piena soddisfazione delle necessità sociali fondamentali, per esempio l’alimentazione, la casa popolare, l’educazione, la salute e il benessere, le opere infrastrutturali.

L’espansione del tempo libero per i lavoratori contribuirà alla loro essenziale partecipazione al controllo. Il controllo operaio popolare comincerà dalle unità di produzione con rappresentanti eletti e revocabili e si estenderà a tutto il settore e alla regione. Gli organi eletti includeranno i lavoratori delle unità di produzione e si garantirà la partecipazione dei membri delle cooperative, di studenti e pensionati. I rappresentanti eletti nell’organo di potere più alto, non saranno permanenti bensì revocabili.

Allo stesso tempo, il potere popolare, che per il KKE è il socialismo e non uno stadio intermedio tra capitalismo e socialismo, risparmierà risorse importanti mediante l’abolizione delle spese militari per i piani aggressivi imperialisti della NATO, mediante l’effettiva e totale cancellazione del debito, mediante l’abolizione dei molteplici pacchetti di aiuto ai gruppi monopolisti e alle banche. In ciò si basa l’immensa superiorità del potere popolare che può garantire il benessere sociale in luogo del vecchio capitalismo monopolista, il quale attua i piani dei vari gruppi e settori del grande capitale in competizione tra loro per il maggiore profitto possibile.

Solo la pianificazione centrale può superare le disuguaglianze nello sviluppo delle regioni del paese. Solo il potere popolare può siglare accordi commerciali di mutuo beneficio con altri popoli, con altre economie popolari e sradicare il fenomeno della competizione imperialista per l’utilizzo delle risorse naturali marine e terrestri.

Solo questa lotta, che punta al vero nemico, vale a dire il potere dei monopoli, e che include iniziative di contrasto all’offensiva antipopolare nel quadro di organizzazione del contrattacco del movimento popolare, può garantire la continuità e la durata della lotta stessa alternandone costantemente le forme, nonchè la prospettiva vittoriosa per la classe operaia e i suoi alleati sociali.
 
Ogni riflessione, ogni slogan e posizione che entra in conflitto con i rapporti capitalistici di proprietà e di potere ha subito l’attacco di tutti i partiti che utilizzano l’argomentazione del fallimento del socialismo e che, pertanto, non c’è altra soluzione che la gestione dei problemi all’interno del capitalismo. Conseguentemente, analizzare la vittoria della controrivoluzione è un tema cruciale e non deve riguardare solamente il periodo della costruzione ma anche quello della concentrazione di forze.
 
In Grecia non c’è ovviamente una situazione rivoluzionaria che ponga il rovesciamento del sistema capitalista come compito immediato, ma tutto dimostra che se il movimento operaio, il settore più radicale del popolo, non dirige la lotta in direzione del potere operaio, sarà intrappolato nelle varianti della gestione borghese e perderà ogni opportunità di ascesa e prospettiva.
 
Prima della crisi, la questione del potere operaio a molti sembrava un mero tema di dibattito. Oggi però, la realtà dimostra come sia un fine di lotta obbligato, che dà un senso alla lotta quotidiana in condizioni di crisi profonda e con una borghesia intransigente. Il problema del potere investe oggi le forme di lotta, dà priorità all’organizzazione e sviluppo dell’iniziativa operaia e popolare dal basso, al rifiuto dell’obbedienza e all’indisciplina verso le leggi borghesi, alla formazione dei germi del nuovo potere e degli organi del controllo operaio.

La soluzione per il popolo non sta nell’allinearsi a una sezione della borghesia nazionale, a uno dei centri imperialisti per abbandonarne un altro, in un periodo in cui le loro contraddizioni si sono acutizzate. La soluzione non sta nell’appoggio dei nuovi partiti borghesi contro i vecchi, dei governi di coalizione invece che di quelli di un partito.
 
La soluzione sta nella lotta organizzata con al centro i luoghi di lavoro e i sindacati, che sarà orientata verso la sfida, il conflitto e la rottura coi monopoli, i partiti, i governi e le loro alleanze imperialiste, nella prospettiva di un loro rovesciamento. Questo è l’unico indirizzo di lotta realistico.

Non si tratta di un’opera in un solo atto, per questo i movimenti, i passi e le fasi non devono separarsi da questo obiettivo.
 
Nei prossimi mesi e nel prossimo anno deve essere moltiplicata la partecipazione di massa alle assemblee in tutti i grandi luoghi di lavoro, alle riunioni nei quartieri operai e popolari, alla resistenza e contrattacco organizzati contro le conseguenze delle leggi antipopolari, contro le tasse e i tagli a salari e pensioni, alla lotta per gli assegni di disoccupazione e il funzionamento delle unità sanitarie, educative e del welfare, per la difesa delle famiglie popolari.
 
Il conflitto col dominio economico dei monopoli e il loro potere politico si determina in primo luogo laddove si produce o ci si appropria del plusvalore, dove il profitto capitalista è creato, cioè nelle unità industriali capitaliste, nei centri commerciali, negli ospedali privati, nelle banche, nelle imprese a grande concentrazione di lavoratori salariati, indipendentemente dalla specializzazione del lavoro. In questi ambiti la lotta va intesa non in modo parziale bensì contro l’intera linea politica antipopolare. L’unico criterio per l’affidabilità di ciascuna organizzazione sindacale o politica è la sua posizione dinanzi alla succitata necessità, verso l’organizzazione e il successo dello sciopero in ogni luogo di lavoro. Le dichiarazioni sono insufficienti se non sono accompagnate dalle relative attività di organizzazione e protezione delle mobilitazioni di sciopero.
 
In questi luoghi di lavoro deve forgiarsi la lotta di classe unificatrice avendo come criterio la lotta d’avanguardia contro i capitalisti, contro il sindacalismo giallo e filo-governativo, contro i partiti e il potere dei monopoli. È lì che saranno valutati il proseguimento e la prospettiva d’indebolimento delle politiche antipopolari fino al loro radicale rovesciamento.
 
E ‘evidente che gli sviluppi attuali, la crisi capitalistica e l’aggressività imperialista impone il rafforzamento della lotta del movimento comunista internazionale per gli interessi della classe operaia, gli strati popolari, per il rovesciamento della barbarie capitalista, intensificando gli sforzi per una unificata strategia rivoluzionaria. Il KKE dispiega le sue forze in questa direzione.

 

Discorso di Aleka Papariga, segretaria generale del Partito Comunista di Grecia all’incontro internazionale dei partiti comunisti ed operai.

 

Atene, 9-11 Dicembre 2011

 

KKE: la soluzione è potere popolare, disimpegno dall’Ue, cancellazione unilaterale del debito!ultima modifica: 2011-12-15T18:15:00+01:00da dalai87
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