Per una riflessione critica su Stalin

421723_284182134977591_100001574203223_812135_1178150277_n.jpgTrattare oggi della figura di Stalin, in una fase molto problematica per la ripresa della lotta per il socialismo e il comunismo, stante ancora il panico e il disorientamento del proletariato a seguito della fine ingloriosa di importanti paesi socialisti,  di fronte alla tracotanza della borghesia, che nonostante lo sfacelo di cui è artefice si sente ebbra della vittoria della controrivoluzione ed infierisce senza ritegno contro le conquiste del movimento operaio, comporta necessariamente il pericolo di esporsi ad ogni sorta di critica malevola, in uno spazio culturale e politico ampio, che occupa indistintamente il revisionismo moderno e l’odio viscerale anticomunista. Discutere di Stalin, del suo periodo storico e della sua opera richiede dunque la costruzione di una robusta barricata  ideologica, al di là della quale si contrappone un esercito composito, ma agguerrito, di detrattori del marxismo-leninismo,  di nemici feroci, di falsi amici dai modi garbati.

Siamo giunti al punto in cui il termine stalinista riveste il significato di epiteto, per chi intende lanciare grossolanamente l’accusa dell’uso arbitrario della violenza, contro chi sarebbe fautore del dispotismo più turpe, della dittatura più oppressiva. Nei dizionari della lingua italiana  il termine è oramai attestato col significato dispregiativo.  I comunisti sono consapevoli che Stalin e la sua epoca rappresentano un passaggio ineludibile nella storia reale (e non di quella virtuale che ipotizzano taluni pseudocomunisti) del movimento operaio rivoluzionario, nella lotta del proletariato per il socialismo e il comunismo. Confrontarsi con Stalin,  con il suo tempo e il suo ruolo, la sua opera anche di teorico, richiede perciò l’adozione di una visione autenticamente critica, scevra da ogni possibile venatura apologetica o agiografica, come per alcuni versi si è manifestata negli anni 50 del secolo scorso nel movimento comunista, e che connota ancora oggi alcuni piccoli gruppi della sinistra, ma con il metro di chi, da posizioni di classe, osserva il periodo più difficile e  tragico, per la spietata reazione della borghesia internazionale che ha costretto il primo stato al mondo degli operai e dei contadini a sofferenze e privazioni immani per potersi difendere,  e tuttavia più fecondo per il movimento comunista rivoluzionario. In questa breve riflessione non è possibile che tracciare solo una linea guida sul criterio con cui misurarsi col pensiero staliniano e su che  cosa rappresenti lo stalinismo e la sua apparente immagine speculare, l’antistalinismo. Ci troviamo davanti ad un terreno paludoso, ma conviene fare chiarezza, sciogliere con la spada il nodo gordiano della questione: non ci appartiene né lo stalinismo, poiché questo è un conio della propaganda borghese, né tantomeno l’antistalinismo, in quanto incarna una posizione estranea, quando non apertamente ostile,  al movimento comunista rivoluzionario e alla sua teoria.   

Il pensiero idealista di matrice borghese contagia molti esponenti della sinistra sedicente marxista, che  attribuisce a Stalin la degenerazione  del pensiero e della prassi dei comunisti, che dovrebbero pertanto ripudiare risolutamente questo passato, che  non apparterrebbe più al proletariato rivoluzionario, in quanto espropriato del suo sogno autentico e del suo agire cristallino e gentile da un orco malvagio. Per il pensiero borghese più apertamente ostile   lo stalinismo sarebbe invece congenito nel movimento comunista, portatore della  violenza fine a se stessa, approdando inevitabilmente verso  la dittatura e l’oppressione, ed è da combattere energicamente sempre e comunque, poiché  il superamento del capitalismo porterebbe alla privazione della libertà e della democrazia (da notare come il significato di libertà e democrazia sia oggi grottescamente considerato dalla borghesia un tutt’uno con il capitalismo). Il denominatore comune di questi estremi del pensiero borghese è ben evidente: l’antistalinismo,  con il suo armamentario  che comprende pressoché tutte le categorie che con l’essenza del pensiero rivoluzionario marxista non hanno nulla a che fare, ne sono anzi la negazione. Già in questa contraddizione si smaschera l’inconciliabilità dell’essere comunista con quella di dichiararsi contemporaneamente antistalinista. Solo operando una forzatura che scardina tutto il processo rivoluzionario della classe operaia, così come si è realmente svolto, e snaturando anche il pensiero e l’azione  dei suoi massimi dirigenti a partire dallo  stesso Marx e dalla prima rivoluzione proletaria della storia, la Comune di Parigi, si può rimuovere Stalin. Non è questo il metodo del materialismo storico e dialettico, non ci appartiene come comunisti. Questo tipo di operazioni chirurgiche ad uso strumentale degli interessi delle classi domanti le fa la chiesa, che nel suo appoggio a tutti gli ordinamenti oppressivi  si propone come portatrice di valori eterei, occultando una storia millenaria di violenze abominevoli  consumate per relegare i popoli nell’ignoranza,  allontanandoli  dalla scienza.

La propaganda borghese, all’indomani del “meraviglioso 89”, come si è sentita in dovere di battezzare questo evento storico che ha visto i paesi socialisti europei dichiarare la resa unilaterale e incondizionata di fronte alle fauci spalancate dell’imperialismo, ha parlato, e tuttora parla, di crollo dei regimi comunisti, stalinisti. Noi sappiamo bene che una società comunista non è mai stata realizzata, mentre al contrario una formazione di transizione era stata avviata con successo, ma nel pensiero borghese si utilizza  rozzamente una categoria oramai consolidata anche nella terminologia mediatica. Così come sappiamo che nelle librerie di Budapest, Varsavia, ecc., non era già più possibile trovare anche uno solo degli scritti di Stalin, che a  Mosca  era stato rimosso da tempo il suo corpo che riposava accanto a Lenin, che a  Praga la statua che gli era stata eretta in sua memoria era stata abbattuta più di  venti anni prima dell’89.

Possiamo inoltre notare che l’antistalinismo, comunque espresso, rivela  una contrapposizione preconcetta anche contro quella che è la conquista più esaltante del movimento operaio nella sua sofferta storia di classe oppressa e sfruttata: la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, e la Grande Guerra Patriottica, così come l’Unione Sovietica ha giustamente inteso l’eroica  cacciata dal proprio territorio  dalle orde naziste, ovvero la seconda guerra mondiale imperialista.  Due eventi che il proletariato mondiale conserverà indelebilmente nel cuore come la prova suprema della grande forza delle masse che è possibile dispiegare sotto la guida del partito armato della dottrina marxista-leninista, nonostante la velenosa propaganda delle classi dominanti che tende a rimuovere o a sminuire il ruolo primario dell’URSS, e il tributo di sangue enorme che ha dovuto pagare, nella disfatta delle belve naziste e a  considerare la Rivoluzione d’Ottobre l’inizio di una dittatura terribile. Il frutto velenoso della manipolazione della storia ad uso degli interessi della borghesia, è tristemente  rinvenibile in ogni dove, e si esplicita più irritante nelle dichiarazioni dei diplomatici delle maggiori potenze capitaliste ad ogni ricorrenza che ricordi la seconda guerra mondiale. Angela Merkel, durante la visita di Bush, ha ringraziato il presidente USA, come rappresentante di quella America che avrebbe liberato la  Germania, portandole in dono la democrazia, riservando parole di malcelato disprezzo per l’intervento dell’Armata Rossa. Nel 60esimo della fine della seconda guerra mondiale i leader delle potenze occidentali si sono autocelebrati come vincitori, ignorando, di fatto, il ruolo sostanziale svolto dall’URSS di Stalin. In un recente sondaggio svolto in Italia tra gli alunni delle scuole medie, alla domanda su contro chi è stata scatenata la seconda guerra mondiale, una parte significativa dei ragazzi ha risposto “contro gli ebrei”. E’ dunque evidente l’opera di rimozione e di demonizzazione della storia del movimento comunista internazionale, che ha lottato con abnegazione  per la democrazia e la libertà dei popoli, del quale l’URSS e Stalin costituiscono una parte significativa, imprescindibile.

Il percorso politico dell’antistalinismo dichiarato,  inteso non solo come attacco frontale all’alto dirigente comunista, ma anche come avversione verso la prassi dei paesi socialisti, si sviluppa in un arco di tempo che copre oramai mezzo secolo, con  l’avvio della cosiddetta destalinizzazione, a partire dal XX congresso del PCUS. Anche se, nei fatti, gli attacchi alla politica del partito guidato da Lenin prima e da Stalin successivamente, sono una costante di tutta la storia dei bolscevichi, dal momento in cui si sono dimostrati gli unici autentici interpreti delle istanze del proletariato rivoluzionario. La letteratura sulla lotta condotta da Lenin all’interno del partito contro ogni forma di opportunismo e deviazionismo (di destra o di sinistra) è copiosa, e dimostra dell’intensità e dell’ampiezza dello scontro avvenuto. Anche negli scritti di Stalin  si evidenzia nettamente come questa lotta sia ripresa in un contesto mutato, quando occorreva dare un nuovo impulso alla costruzione del socialismo in presenza del sabotaggio delle forze nemiche interne e della rinnovata minaccia dell’imperialismo internazionale.  Il capo del partito comunista dell’URSS è sempre stato lucidamente consapevole della possibilità della restaurazione del capitalismo, e sulla scorta di questo  rischio oggettivo ha condotto una battaglia coerente, costellata da difficoltà enormi, considerato anche che la costruzione del socialismo si presentava come un compito nuovo, dai risvolti imprevedibili. Dalla morte di Stalin, poi, la lotta contro la minaccia da destra, all’interno del partito comunista,  subisce la definitiva battuta d’arresto. In questo senso sarebbe doveroso per ogni autentico comunista ripercorrere almeno le fasi salienti della lotta del partito (prima del POSDR e poi del PC(b) dell’URSS contro gli elementi revisionisti, per capire quanto sia stato difficile il percorso della conquista del potere e come la strada inesplorata dell’edificazione del socialismo sia stata contrastata tenacemente, e con i metodi più violenti e sanguinari,  dai nemici interni ed esterni. Ma il cavallo di Troia del revisionismo di stampo borghese e della controrivoluzione è sempre in embrione all’interno del partito del proletariato. Ed è stato con Krusciov, che di Stalin era infatti uno stretto collaboratore, che inopinatamente si sono sovvertiti i criteri della lotta di classe in un paese socialista (come se i nemici si potessero affrontare semplicemente non riconoscendoli), promuovendo e instillando  la falsa concezione dello stato di tutto il popolo, indicando addirittura il comunismo come un traguardo oramai prossimo, avviando il processo della cosiddetta destalinizzazione con una manovra sconcertante: la consegna ai nemici del socialismo e dell’URSS del famigerato rapporto segreto. Una sorta di grimaldello, di cui forse non è più possibile  ricostruirne l’autenticità, che gli imperialisti hanno baldanzosamente esibito a tutto il mondo per demolire la figura di Stalin, e con esso l’Unione Sovietica. La spaccatura che si è in seguito prodotta tra i partiti comunisti nel mondo ha rappresentato un aiuto insperato per gli scopi meschini del capitalismo. La controrivoluzione strisciante per un trentennio si palesa infine con il traditore Gorbaciov, che è l’unico dirigente sovietico integralmente gradito all’imperialismo, poiché, a differenza di Kruciov,  è riuscito a cogliere l’obiettivo che la borghesia mondiale perseguiva già dall’Ottobre del 1917: la distruzione definitiva ed il saccheggio del primo paese socialista nella storia dell’umanità. Quando il fascista Yeltsin, anch’egli ex alto dirigente del PCUS, ordina il bombardamento del parlamento Russo, nell’ottobre 1993, per installare apertamente al potere della nuova Russia capitalista un clan di malavitosi in combutta con gli imperialisti, ha motivato questo atto di sanguinosa barbarie (avallato dalle cancellerie occidentali, ovviamente) con la necessità di eliminare l’ultimo baluardo dello stalinismo. Così evidentemente non era, poiché la Russia era stata già devitalizzata dagli agenti della borghesia in uno stillicidio durato decenni, e il partito di Gorbaciov aveva solo sferrato il colpo finale, ma tanto basta per capire quale paravento miserrimo gli elementi borghesi usino per i loro stomachevoli progetti, ogni qualvolta debbano vincere le resistenze del popolo lavoratore e imporre il dominio della classe sfruttatrice.

Ancora oggi, quando ascoltiamo i soloni dell’informazione nostrana, i giornalisti embedded che si limitano a leggere  veline preconfezionate e si prestano supinamente  a vere e proprie orchestrazioni e campagne di disinformazione, quando parlano della Repubblica Popolare Democratica di Corea, la definiscono spesso “l’ultimo regime stalinista del mondo”. Con una certa ricorrenza viene etichettato come stalinista  Fidel Castro, Kim Jong Il,  e ultimamente anche Ugo Chavez. E’ appena il caso di notare che il crescendo del significato negativo del termine (lo sentiamo spesso usato dagli esponenti del PDL contro quelli del PD, sic!) procede in parallelo con la crisi generale del capitalismo, con la violenza, nella sua forma ideologica pervasiva e nella sua prassi di  guerre, aggressioni,   con cui la borghesia tenta di mascherare o di allontanare  il collasso incipiente del sistema socioeconomico.

Stalin tuttavia sembra prendersi una rivincita postuma. Chi lo osteggia si consegna alla borghesia direttamente, o comunque ne subisce, più o meno consciamente, l’influenza politica e ideologica. E’ accaduto con il PCI, che ora è uno dei tanti partiti del potere del capitale, che ha portato uno dei sui più alti dirigenti a sedere sul trono del Quirinale, a capo di una repubblica borghese sfasciata, devastata da una crisi sociale, economia e morale gravissima, votata al collateralismo straccione dei sordidi disegni dell’imperialismo USA e del sionismo. E la triste storia si è ridicolamente ripetuta con  Rifondazione Comunista. Nel 2003, anno che vedeva il cinquantesimo anniversario della scomparsa del dirigente georgiano, il quotidiano Liberazione pubblica un corposo inserto speciale dedicato a Stalin con un titolo cubitale emblematico: “mai più”. Una presa di posizione netta, tanto inequivocabile quanto  superflua, propedeutica però all’insediamento del PRC alle massime cariche dello stato borghese e alla sua contestuale scomparsa dal parlamento italiano. Quanto è accaduto a RC rappresenta l’ennesima dimostrazione che la contrapposizione strumentale  a Stalin è sinonimo della rinuncia agli strumenti vitali, per un partito comunista, del materialismo storico e dialettico, e dunque alla scientificità dell’azione rivoluzionaria, che viene pertanto ridotta alla partecipazione nell’arena del cretinismo parlamentare borghese, incanalata, per essere sterilizzata, nell’alveo inconcludente del politicismo più gretto e insopportabile.

Ovunque Stalin è stato rimosso, dileggiato, disprezzato, la borghesia ha trionfato, ostentando  volgarmente  il suo livido volto di classe sfruttatrice, dedita alla rapina. Dal Baltico al Caucaso, dalla Siberia all’Europa centrale e balcanica, i popoli sono inesorabilmente caduti sotto il giogo del capitale, espropriati della propria identità, trascinati nel gorgo della crisi generale del capitalismo, investiti dal crollo verticale dello stato sociale, nella guerra, vessati da valvassori dell’imperialismo, a loro volta ammantati dalla squallida bandiera del nazionalismo più ipocrita. La piccola Albania, per esempio,  aveva una dignità e una specificità uniche al mondo, come paese che dal feudalesimo è transitato al socialismo, con una storia invidiabile per la determinazione nella lotta di liberazione dagli occupanti fascisti, per aver debellato la piaga secolare dell’analfabetismo e della miseria, per la correttezza con la quale aveva, attraverso il suo partito al potere, condannato il revisionismo moderno. Ora è un popolo disperso, annientato moralmente, immiserito e trasformato in una riserva di schiavi e schiave al servizio del capitale.   

La lotta asperrima dei comunisti per offrire uno sbocco coerente al pensiero marxiano offre un panorama di insidie terribilmente esteso. Ma è proprio intorno al giudizio sulla figura di Stalin che è  possibile identificare l’atteggiamento più corretto verso la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi successivi sviluppi. Stalin è perciò la cartina di tornasole per testare la coscienza critica di ogni comunista, per misurare altresì l’odio dei nemici di classe. La lotta del movimento operaio che dapprima si appropria della sua coscienza di classe e tenta di instaurare un ordine socioeconomico in cui alla base vi sia la liberazione dalle catene dello sfruttamento, è contestualmente la lotta per affermare i principi di integrità ideologica che possano sorreggere questo moto rivoluzionario: la teoria di Marx e Engels e del prezioso contributo di Lenin,  come l’ha brillantemente saldata proprio Stalin. E Stalin, come fedele prosecutore dell’opera del padre della rivoluzione bolscevica, Lenin, incarna necessariamente lo spartiacque storico per la classe operaia, rimosso il quale si perde di vista un prezioso insegnamento rivoluzionario e si naufraga nell’idealismo.  Infatti non conosciamo altre esperienze rivoluzionarie che abbiano rivoltato come un guanto l’intera storia dell’umanità, costellata fino al 1917 dal dominio spietato degli schiavisti. E’ toccato a Lenin prima, e a Stalin in seguito, nel bene di un progetto epocale di abbattimento del sistema di sfruttamento selvaggio del capitalismo, e nel male di un  mondo di nemici che ha scatenato una reazione rabbiosa contro la Rivoluzione d’Ottobre, dimostrare che davvero è possibile cambiare. Lo “yes, we can” era stato lanciato come slogan e sostenuto coerentemente come azione del partito del popolo rivoluzionario, da Lenin prima e da Stalin dopo.

L’insidia del pensiero borghese, in una scala di versioni più o meno sofisticate e argomentate da sedicenti rivoluzionari, attecchisce nel seno della classe operaia come la gramigna nel grano. Lo abbiamo purtroppo potuto constatare in una serie innumerevole di situazioni, tanto da poter generalizzare questo fenomeno come appartenente ad un’intera epoca storica, caratterizzata da grandi rivoluzioni e da altrettanto vaste controrivoluzioni.  I comunisti però sono consapevoli che un pensiero critico può  e deve essere sviluppato ogni qualvolta torni utile allo sviluppo della causa rivoluzionaria, per la liberazione dell’umanità dalle catene dell’oppressione del capitale, dunque nel segno dell’oggettività, del materialismo storico e dialettico. In questo quadro, e solo con questo metro oggi si può  e si deve discutere di Stalin, a partire direttamente da quanto egli ha prodotto come contributo importante alla teoria e alla prassi del movimento comunista rivoluzionario, e anche, ovviamente, dai suoi errori. Attingere direttamente dal pensiero di Stalin è però il modo migliore per analizzare le questioni che il capo del PC dell’URSS ha affrontato e sulle quali non ha mancato di intervenire con estrema puntualità e intelligenza. Del resto sappiamo che la letteratura su Stalin è sterminata e le opere che meritano di essere considerate o che costituiscono un apporto fattivo alla comprensione di Stalin e della sua epoca sono davvero poche. Il resto è un mare di odio e menzogne versato da elementi nemici del comunismo. Sarebbe naturalmente utile una ricostruzione storica obiettiva, opportunamente sedimentata dalle scorie della frattura catastrofica che si è prodotta dopo la morte di Stalin, per restituire alla memoria delle giovani generazioni la versione di questa epoca segnata da grandi imprese e da rovesci terribili, per inserire nella grave situazione attuale, foriera di immani sconvolgimenti,  un riferimento veritiero e utile, vitale, alla causa della liberazione dal giogo del capitale. A patto che sotto i riflettori della storia ci sia il giudizio del proletariato rivoluzionario, il solo titolato a smontare tutte le calunnie e i luoghi comuni, a fare giustizia dell’opera di mistificazione della sua lotta titanica per costruire un società veramente libera. In questo compito di rivalutazione storica del movimento rivoluzionario del XX secolo, non si può eludere, per esempio, il  significato corretto della dittatura del proletariato, come strumento organizzativo e politico della fase di transizione;  il ruolo della violenza nella storia,  che il proletariato certamente non invoca, ma con la quale è costretto a misurarsi, e di questo deve esserne perfettamente conscio,  poiché la borghesia non esita a ricorrervi sistematicamente; la portata effettiva delle conquiste della Rivoluzione d’Ottobre, di cui Stalin è stato uno degli artefici più importanti, per saldare il tutto con il pensiero dei padri fondatori del socialismo scientifico: Marx ed Engels.

Comprendere e approfondire le questioni affrontate  da Stalin nella sua vita di rivoluzionario, da quelle sulle quali si è speso con successo, a quelle in cui una risposta definitiva non è stata elaborata compiutamente perché del tutto inedite, capire il contesto internazionale ed interno nel quale il partito di Stalin ha agito, significa porsi da autentico rivoluzionario di fronte alla questione sempre aperta: il futuro dell’umanità, la soppressione dell’ordinamento capitalistico fondata sulla schiavitù salariale, la lotta di classe e le sue forme, la rivoluzione e la liberazione di tutte le facoltà psicofisiche dell’uomo, per la pace, il lavoro, il rispetto dell’ambiente, come parte inscindibile della vita dell’uomo, la cooperazione, l’internazionalismo e la fratellanza tra i popoli, nella prospettiva del comunismo.

Scritto da Valter Rossi

Per una riflessione critica su Stalinultima modifica: 2012-03-04T18:20:00+01:00da dalai87
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