Una riflessione sugli “indignados” e la necessità della soggettività di classe

1Maggio.jpgUno dei grandi problemi che attanaglia il movimento comunista in Italia è l’incapacità della lettura da parte di alcuni, dei fenomeni ed eventi che gli scorrono davanti con la necessaria soggettività di classe e l’uso delle categorie e dialettica marxista, per cui prevale in molti il lato idealistico, emotivo, fascinoso se non anche romantico, che può appartenere ai tifosi di un club sportivo, ma non certo a militanti che si prefiggono l’obiettivo del rovesciamento del sistema socio-economico capitalistico e della società borghese. Le notizie che vengono proiettate dai mezzi di comunicazione, che questi siano la Tv o il giornale, oppure il diffuso social network, vengono spesso assunte idealisticamente dando voce a quello spirito “ribelle” che nella concreta realtà non vede alcuna concretizzazione. E’ il caso di questi giorni, sulle notizie e foto provenienti dalla Spagna, con le mobilitazione proclamate dal chiamato “movimento indignados”, che hanno oggettivamente portato migliaia di “cittadini” (termine a cui fanno riferimento gli “indignados”) alle porte del Parlamento spagnolo. Tralascio di riferirmi alla “moda” dei social network, alla virtualizzazione del conflitto che porta sempre a ammirare ciò che si vede nelle foto e negli slogan, per poi scomparire e non partecipare alla costruzione ed organizzazione nella realtà del conflitto. Vediamo molti che, “in Spagna si ribellano in Italia tutti dormono” oppure che si esaltano sulle foto degli scontri, per poi esser i primi che rifiutano certe pratiche quando esse avvengono nella propria realtà.

Ciò su cui mi soffermo invece è l’analisi sulla composizione della mobilitazione spagnola e sul “movimento indignados” accolto entusiasticamente lo scorso anno da migliaia di persone che si gettarono nelle loro file (vietato parlare di organizzazione). L’attuale fase della crisi strutturale del capitalismo, soprattutto nei paesi europei, PIIGS (ovvero, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) oltre i già depauperati paesi dell’ex blocco socialista, manifesta i suoi primi effetti concreti sul popolo, portando ad un costante aumento della disoccupazione, alla contrazione dei salari, alla proletarizzazione e pauperizzazione di quella che era la classe media, cuscinetto tra la classe proletaria e quella dei padroni, comporta per migliaia di famiglia la perdita costante del loro “potere d’acquisto”, che non possono permettersi nemmeno più i bisogni fondamentali, come le cure sanitarie, gli alimenti e la casa. Il fenomeno sostanzialmente nuovo è proprio la proletarizzazione e pauperizzazione della classe media, che ha vissuto relativamente nel benessere, ma che vede oggi in particolare nei figli, una caduta della loro posizione sociale e quindi benessere delle condizioni di vita, che di conseguenza portano alla formazione di quello che alcuni si proiettano a chiamare “nuovo proletariato” conseguenza della flessibilità e precarietà, a cui molti giovani spagnoli sono stati destinati dalle riforme liberiste della deregolamentazione del lavoro, che ha portato per un breve periodo al boom spagnolo, tanto che molti giovani italiani emigravano in Spagna. Oggi nella stessa Spagna dove arrivavano migliaia di giovani, i giovani spagnoli emigrano nei paesi del Sud America, ovvero nelle loro ex-colonie, per cercare fortune. Oggi in Spagna difatti la disoccupazione supera il 20% e la deindustrializzazione in corso, non fa che aumentare il numero dei disoccupati, come l’inasprimento dello sfruttamento di chi lavora e la concorrenza al ribasso sui salari e le condizioni di lavoro.

La risposta alla situazione che subiscono porta soprattutto “questi” giovani alla ricerca di forme di lotta “nuove” perché nuove sono le condizioni che loro “vivono” e di ricerca di soluzioni caratterizzate dal loro punto di vista sociale, che non può che essere predominato dal desiderio di una forma di gestione diversa dall’attuale, dalla visione interclassista della società e della nazione, dalla ricerca di soluzioni immediate, senza rottura, che possono arrestare la loro caduta, identificando il tutto nei “politici corrotti”, nel “banchiere arraffone” e nella “finanza cattiva” (quell’1% che opprime il 99%) e in una “democrazia falsa” ovvero non esercitata pienamente a cui contrappongono ciò che loro chiamano “democrazia reale” basata sulla partecipazione dei cittadini tutti (sfruttatori e sfruttati), nelle forme concrete che non è dato sapere. La mancanza di esperienza della lotta e della soggettività di classe ma anche il tradimento delle aspettative che molti lavoratori negli passati avevano riversato sulle “organizzazioni” della ormai defunta sinistra di classe, portano ad esser influenzati se non anche ad integrarsi, a queste “analisi” e forme di lotte, strati popolari e sottoproletari.

Il “movimento indignados”, sulla cui nascita molteplici sono gli indizi che portano ad elementi e lobby della classe al potere, è stato il contenitore che soprattutto in Spagna, e in parte anche in Grecia ed in minor misura in Italia, ha raggruppato queste dinamiche, rigettando ogni forma di organizzazione di classe e d’analisi volta al superamento del capitalismo imperialista, ha dato vita ad uno spazio ampio e variegato (classiche del movimentismo) che influenza con la simpatia dei media e l’utilizzo dei social network, la coscienza di migliaia di persone indotte ad una “indignazione pilotata”. In Italia, ad esempio sono stati funzionali al sistema ed al piano di ristrutturazione imperialista, i movimenti anti-casta che identificavano ed identificano negli sprechi pubblici e nell’ingordigia della casta politica la causa del malessere del paese e quindi la soluzione alla crisi stessa. Negli anni è avvenuta la sostituzione della lotta di classe con la lotta alla casta, la consegna del “tutti cittadini liberi contro la casta” ha fatto la fortuna dei nuovi guri della rete, dando in pasto al popolo il privilegio del politico estraniandolo dal contesto economico e sociale, incanalando su comodi canali la rabbia ed il disagio sociale dei settori popolari. Abbiamo visto in questi ultimi recenti anni, la nascita di movimenti e correnti di pensiero, dai “grillini” al “popolo viola”, ai Santoro, Saviano e Travaglio, che mentre ci invitavano ai fanculo liberi verso i politici e ci informavano con chi andava a letto Berlusconi, o alle pentolate in sostegno della magistratura, avanzavano i progetti dell’oligarchia monopolista per lo smantellamento dei diritti sociali e lavorativi conquistati dai lavoratori, la distruzione delle forze produttive, il saccheggio della proprietà pubblica (attraverso liberalizzazioni e privatizzazioni) e guerre per la conquista delle risorse naturali. Queste forme d’ “indignazione pilotata” nel nostro paese sono state funzionali alla venuta dei “tecnici” al “posto” dei politici – accolta quasi come una liberazione – facendo inoltre passare il concetto che la colpa va da ricercare in ordine nello Stato troppo pesante, nel personale politico e negli sprechi pubblici, ha indotto a far entrare nella logica di pensiero che le cause erano da ricercare nelle “vecchie ed anacronistiche” normative di garanzia sociale che causano il debito pubblico, per cui in nome della salvezza della nazione, sono necessari sacrifici per noi cha abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità e troppo garantiti. Da qui alla svendita del patrimonio pubblico, alla posticipazione delle pensioni, alla deregolamentazione del mercato e del lavoro, all’attacco alla sanità pubblica ecc… con l’accettazione o comunque la passività della maggioranza della popolazione, è stato breve. Questa parentesi per spiegare cosa intendo per “indignazione pilotata”.

Tornando al “movimento indignados”, anch’esso, come analizzato dai compagni del PCPE e del KKE, può rientrare in queste forme di “indignazione pilotata”, ovvero nella strategia della borghesia di conservazione e legittimazione del potere di classe e del capitalismo stesso, impendendo una reale presa di coscienza ed inglobando la classe operaia e gli strati popolari in una grande calderone interclassista, sotto controllo non avendo alcun reale fine. In Grecia, il “movimento indignados” dalla sua nascita ad ora si è schierato contro l’organizzazione di classe politica e sindacale delle masse lavoratrici greche, lanciando parole d’ordine contro ogni tipo di organizzazione facendo appelli a “tutti i cittadini” alle mobilitazioni contro questo o quell’altro aspetto del sistema, o contro l’incompetenza dei politici che hanno avuto poco senso “patriottico” nella negoziazione e rinegoziazione del memorandum. Come se il memorandum fosse causa della crisi e non una conseguenza. Posizioni reazionarie ed elementi reazionari al suo interno, come la presenza fascista. Ciò rallenta la presa di coscienza del proletariato e le masse popolari greche sulla necessità della rottura rivoluzionaria, instillando l’illusione che esistano soluzione pacifiche ed immediate e forme alternative di gestione che possano alleviare queste misure. Tutto ciò è fuori da ogni realtà.

In Spagna, la crescita delle lotte operaie e dell’organizzazione di classe, si vede raffreddare come la presa di coscienza sulla natura del capitalismo imperialista e la necessità di una risposta di classe.

In Portogallo migliaia di lavoratori scendono in piazza rispondendo alla chiamata della CGPT e del Partito Comunista Portoghese, dando inizio ad una serie di mobilitazioni di classe, come la giornata nazionale di lotta del 1 Ottobre, e la marcia contro la disoccupazione che dal 5 ottobre fino al 13 Ottobre partirà da Braga per giungere a Lisbona, ma ripetutamente la scena “internazionale” è stata garantita alle mobilitazioni “indignate”.

Emblematiche sono, inoltre, le dichiarazione di Mario Draghi di “simpatia” verso il movimento, all’indomani del corteo di Roma del 15 Ottobre. Ma anche queste dichiarazione del deputato del PP (Partito Popolare, il partito al governo in Spagna), Alberto Casillas: “Si può esser del PP ed essere protagonista del 25S”.

Abbiamo altre esperienze nella storia che mirano a sostituire il ruolo storico della classe operaia con “nuovi soggetti rivoluzionari”, come ad esempio gli ”anti-globalizzazione”, “il movimento dei movimenti”, le “moltitudini” di Negri, o andando ancora indietro il “maggio del 68”. La cancellazione della lotta organizzata e della lotta di classe, mira ad indebolire il fronte anti-monopolista, per favorire il grande capitale e ritardare la presa di coscienza e i grandi cambiamenti necessari. Il “movimento indignados” come le precedenti costruzioni movimentiste mirano ad addolcire il capitalismo e di confinare la rabbia o “indignazione” (per usare il termine a loro caro) entro i limiti del recinto capitalista. Al posto della lotta organizzata si fomenta lo spontaneismo ed il movimentismo, favorendo l’individualismo ed il riformismo, anestetizzando il potenziale di lotta delle masse e negando la realtà della lotta di classe, si allontana la possibile presa di coscienza della classe della necessità di agire come classe in sé e per sé.

È estremamente importante per noi avere una conoscenza teorica della fase che attraversa il sistema capitalista e comprendere in modo approfondito che le privatizzazioni, le modifiche nei rapporti di lavoro, l’abolizione dei diritti sociali e civili, l’abolizione di ogni limitazione alla libera circolazione dei capitali e delle merci, non sono semplicemente gli aspetti di una politica dogmaticamente conservatrice o deviazioni politiche, ma costituiscono un intima necessità interna al sistema capitalista. Le ipotesi “socialisteggianti” di un capitalismo dal volto umano all’interno di un economia di mercato in cui sia preservata la proprietà dei principali mezzi di produzione, è pura utopia. Negando la lotta di classe, negano le classi, negando le classi negano la lotta politica per la conquista del potere; da anni sentiamo ripetere il mantra del “cambiare il mondo senza prendere il potere”. Per noi la società è divisa in classi, in lotta sui mezzi di produzione, con lo Stato che non è terzo nel conflitto ma organismo della classe dominante, e che le unione imperialiste sovranazionali non sono un’unione trasformabile in senso popolare, ma rispondono alle esigenze del capitale e delle classi dominanti nella competizione internazionale inter-imperialistica, per questo nascono e per questo devono esser combattute.

Parafrasando Brecht, se non si capisce chi è il nemico esso marcerà sempre alla tua testa.

Ciò non vuol dire trincerarsi e isolarsi, ma che bisogna avere la necessaria capacità dialettica di osservare e capire le dinamiche di classe ed i fenomeni in questa fase, senza lasciarsi inglobare nella volontaria confusione, combattendo una dura battaglia ideologica per il prevalere delle posizioni di classe ed elevare la coscienza di classe, entrando nella contraddizione capitale-lavoro sviluppando gli elementi politici, rivendicativi e i metodi di lotta che ne rafforzino la posizione di fronte alla classi dominanti, ed i loro rappresentanti politici. Bisogna conquistare quella parte di classe media in fase di impoverimento e proletarizzazione, costruendo un alleanza con la classe operaia e gli strati popolari, non lasciarsi influenzare e/o inglobare da essa, dal loro modello di società. 

Le soluzione delle classi dominanti nella conservazione del potere sono molteplici; per la classe operaia e gli strati popolari, la soluzione non può esser altra che elevare la coscienza di classe, l’organizzazione della classe e la pianificazione della lotta organizzata. La storia delle lotte popolari e rivoluzionarie dimostrano ciò, combinando le lotte immediate paese per paese coordinate a livello internazionale, con la prospettiva rivoluzionaria.

Salvatore Vicario

Una riflessione sugli “indignados” e la necessità della soggettività di classeultima modifica: 2012-10-01T12:08:00+02:00da dalai87
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